“IO Tarzan, TU Jane” di Lalla

Devo far riparare quel rubinetto!
Sì, prima o poi mi addormento, ma adesso? Che faccio, mi giro i pollici? Magari a ritmo. Magari conto…
UNA volta, capitai per caso in una cascina desolata, in mezzo ad un campo di grano e papaveri. Che silenzio, che caldo.
Il canto dei grilli mi tormenta e confonde. Le spighe mi pungono e graffiano le gambe. Le mosche mi infastidiscono, ma allo stesso tempo, fanno compagnia. Non c’è una nuvola in cielo. Io ho sete. “Mosca, vai di qua”. “Tu, di là”. Non tira un alito di vento. L’aria è secca e calda. Non profuma di niente. C’è ancora un bel po’ da camminare. Io sono già tanto stanca. Avranno dell’acqua in casa? Le scarpe mi fanno male. Forse è per il gran caldo del terreno.
DUE formiche mi son già arrivate alle ginocchia. Le caccio via, sfregando indice e pollice o le faccio salire ancora un po’? Mi fanno un solletichino niente male. Mi distraggono, pure, dal resto di questo niente.
Mi prude la spalla. Mi prude il tallone del piede destro. Mi prude qua! No, no, un po’ più su. Più a destra? Più giù.
TRE passi e la gara termina. La formica di destra è quasi sul traguardo. Affanna, arranca, zoppica: è prima.
Aspettiamo che arrivi la vincitrice.
Eccola: è in dirittura d’arrivo.
La prima si è accasciata.
Vittoria!
Accompagno giù le partecipanti. Sul terreno caldo, sono più a loro agio. Si abbracciano e rotolano assieme. Giocano o litigano? Se solo riuscissi a sentirle! Litigano e non ritirano neanche i premi: un chicco alla vincitrice, un chicco alla prima e tanti chicchi a chi parteciperà dopo.
Schiaccio qualche spiga, camminando. Faccio un rumore strano, sordo, soffocato. Un rumore, però, che ben si sposa col canto dei grilli.
Sono i secondi che passano. Prima i secondi e poi i primi, i minuti primi. Ecco perché la formichina    seconda ha vinto. E’ arrivata prima? Diciamo così. Torno indietro per dirglielo? No, vado avanti.
QUATTRO chiacchiere. QUATTRO punti cardinali. QUATTRO passi e sono arrivata al mio traguardo, la mia meta, la mia casa.
“C’è nessuno?”. Sì, c’è nessuno. Questo lo vedo. “E’ permesso?” Lo chiedo che sono già dentro. Dunque, tanto valeva risparmiare il fiato. La porta era aperta, o meglio non c’era. C’è fresco qui. Cerco l’acqua.
CINQUE filetti di spiga cadono in terra dal mio vestito. Li vedo volteggiare lenti, nell’aria. Girano su se stessi, planano, danzano e atterrano, scivolando, quasi sembra pattinando su ghiaccio.
Ho sete.
SEI gradini mi dividono da un’altra realtà. Sei scalini mi separano da una nuova scoperta. Sei passi verso l’alto mi aprono ad una storia diversa. Lentamente li salgo. Due in su e uno indietro. Tre avanti e uno giù. Tre su e piove.
Finalmente bevo! L’acqua che scende dal cielo mi disseta. Ogni singolo poro della pelle assorbe la sua goccia. In punta di piedi, avanzo verso lo specchio. Non mi vedo, non c’è nessuno lì. Allungo un braccio per toccare l’immagine che chissà dove è riflessa ed entro. Mi volto e buffa, mi vedo. Mi sorrido e saluto. Posso andare.
SETTE passi e sono arrivata. Ad un passo da me, ci sei tu. Ci abbracciamo e rotoliamo assieme. Giochiamo o litighiamo? Qualcuno ci premierà e darà da mangiare, poi ci porterà di nuovo giù. “Non stringermi così forte la mano. Tié, prendi quest’altra piuttosto”. A due passi c’è un salto da fare, a tre un giocattolo da aggiustare, a quattro una parola da urlare; cinque, un soffio da cacciare; sei, ci voltiamo e sette, torniamo indietro.
OTTO persone ci aspettano. Ci applaudono. Abbiamo vinto! Mi faccio largo tra loro e giungo all’ultima pagina. Nuoto tra le parole. Faccio l’hula-hoop con le O. Leggo questa e mi ci butto dentro.
E’ tardi. Quando arrivi? Intanto giro un altro po’. Ti aspetto, seduta a gambe incrociate, accanto a lui.
Mi accarezza il mento, i capelli, il braccio, la gamba, la guancia, l’orecchio, il collo, una mano e poi l’altra. Dove sei? “Ah, qui!”
NOVE carezze ti faccio anch’io. Fa caldo. Una perla di sudore cade nel terreno. Sento i battiti del mio cuore. “Perché corriamo? Dove corriamo? Da chi scappiamo?”
Mi apri la porta, passo io per prima e, poi, chiudi. “Non sapevo mi stessi aspettando. Non avrei fatto così tardi, altrimenti”
Ho intrecciato le spighe di grano e fatto un bustino e delle scarpe. Con i petali di papavero ho confezionato una gonna. Abbiamo ballato, riso, cantato, mangiato, bevuto, corso tutt’intorno e giocato per tutto il tempo.
La fiamma delle candele trema ogni volta che mi fai volteggiare vicino. Il busto mi punge e ti punge ogni volta che mi abbracci. Ancor di più, se mi stringi forte.
Vado via. Soffio sulle candele e vado via. E’ buio qui. Io vado via. Scappo, fuggo, corro e tu mi insegui. Mi chiedi di fermarmi, di aspettarti. Urli, ma io non ascolto. Vado. Mi tuffo. Entro.
“Cosa si festeggia, qui?” Un compleanno. La musica è alta e molto travolgente. Ballo anch’io, insieme agli altri. Giro un po’ nella stanza, per vedere che si dice, per farmi vedere e conoscere qualcuno. Quello lì mi piace. Mi sembra giusto. Ha, pure, una faccia simpatica. Mi avvicino piano. Mi faccio strada tra gli altri. Qualcuno mi spinge, qualcun altro mi fa ballare e fare una piroetta. Lui è sempre là. Mi ha vista e sa che vado da lui. Mi sorride. Dalla finestra, la luce della luna gli illumina, e fa splendere i denti. Ho voglia di abbracciarlo. Ho bisogno di toccarlo e vedere se è vero. Se è vero che davvero esiste. Si, c’è!
Allunga il braccio e mi tira fuori. Non vuole sapere il mio nome, quanti anni ho, da dove vengo, cosa faccio, chi prego, né dove vado. Sa che ho raggiunto adesso la mia meta. Diversa dalla sua, io la mia meta l’ho raggiunta. E’ lui. E’ lui, adesso. Chiudo gli occhi e li riapro, dopo un istante. C’è ancora. Sì, è lui: la mia meta, il mio traguardo, il mio premio, fine ultimo, punto di riferimento.
Adesso posso raccontarti un po’ di me. Adesso che t’ho trovato, devo andar via. I tuoi baci m’hanno dissetata, rinfrescata, accolta, protetta, riscaldata e rinnovata. Sì, m’hanno restaurata. Sono pronta e vado via.
Mi stringi il braccio. Mi agganci, immobilizzi, attrai come una calamita. Basta un accento e sarai la mia calamità! Sarai distruttivo? Letale? Io, intanto, mi lascio travolgere.
Ci guardiamo a lungo. C’è buio, e silenzio, e calma, e pace. Solo i nostri cuori sono in tumulto ed agitazione. Si parlano e noi restiamo in silenzio. Aspettiamo, li ascoltiamo, li lasciamo parlare. E’ il mio. Lo senti?
Ero come te: un uomo.
Quando lei mi abbracciava, sentivo una sensazione di fastidio, prurito e pizzichio. Dovevo sempre allontanarmi, scappare, fuggire ed andar via. Fingevo di non sentire quando mi chiamava, e m’inventavo storie e trovavo scuse. Ero per lei una saponetta che le scivolava costantemente tra le mani. Mi disturbava tutto di lei: il suo odore, il suo sapore, il suo modo di pensare, muoversi, parlare e bere, mangiare.
Mi portava al mare, in montagna, sul lago, in campagna, tra amici, ma io… mi sentivo sempre solo.
La mia espressione sulle foto, e dal vivo, era sempre la stessa: fissa, immobile, silenziosa. Una volta l’ho schiaffeggiata, dopo uno stupido diverbio. Se avessi potuto l’avrei frustata, impiccata, affogata.
Il letto era troppo piccolo per noi. Forse dovrei dire: per me. Lei si avvicinava, ed io mi scostavo sempre un po’ più in là. Mi sfiorava, e io mi spostavo. Si scopriva, ed io mi voltavo. Una volta, mi nascosi tra le coperte! Lei mi cercava tra le lenzuola, ed io ero di sopra, tra due coperte. Uno strato in su. Vicini, sì, ma non mi toccava. No, non ci riusciva. Non poteva. Ci addormentammo così, ma… non si può sempre dormire.
“Toccherebbe a te, adesso. Interrompimi, ti prego. Sono stanca. Non mi va più di parlare”
L’ho tradita. Sì, dieci, cento, mille volte. Con Maria, Anna, Teresa, Serafina, Viola… ma: niente. Lei sapeva e non diceva niente. La prima, mi tagliò i capelli,  ma poi… mi sono ricresciuti. La seconda, mi parlò tanto, ma… ho già dimenticato tutto. La terza si faceva mordere, ma… non sapeva di nulla e non l’ho ancora digerita. La quarta, mi cantava canzoni stonate, la quinta… Oddio, la quinta mi baciava con la lingua!
“Capisci? Proprio con la lingua! In bocca! La sua saliva nella mia bocca! L’ho bevuta e… alla fine, ingoiata.
Alla fine ho capito: lei me le presentava e me le buttava addosso per confrontarsi. Per capire quale fosse la donna adatta a me. Quale mi piacesse e fosse adatta a me. Alla fine, l’ho capito io.
Io sono adatta a me. Io sono la mia donna. Io, solo io, per sempre io. Si guardarono e fecero una pausa. Tirarono un ampio sospiro, dunque, iniziò lui.
“Io domani muoio. Me l’hanno detto i medici, sei mesi fa” disse e, poi, l’abbracciò. Ho fatto di tutto. Ho visto posti lontanissimi. Ho mangiato cose davvero strane. Quantomeno, direi, strane. Ho finto d’esser cieco, muto e sordo. Sono stato con diversi uomini, e poi ho deciso di diventare io stesso uno di loro.
Taci e mi guardi con gli occhi sgranati. Non ho ancora ben capito di cosa hai paura. Io non ho paura.
“Dai, vieni qui. Balliamo ancora un po’”. La strinse a se, fin quasi a farle male. La baciò sul collo e mosse con lei un passo di tango. Di là in salotto, suonavano musica rock.
Le sussurrò nell’orecchio la sua storia. Di quando era bambina e sognava d’esser grande. Di quando conobbe Paolo, Gaetano e Filippo. Di quando provò a togliersi la vita e fu salvato.
Qui, lei lo scosse. Si fermò e gli poggiò le mani sulle spalle. “Raccontami. Dimmi di più” gli disse, e lui riprese.
Il buio ed il silenzio, tutt’intorno, lo aiutarono a dire. Raccontò di quando ingerì le pasticche del padre. Non hanno aiutato lui, pensò, lo faranno con me. Non ricordava molto, solo il sapore amaro che le lasciarono in bocca. Le ingoiò tutte insieme con dell’acqua, poi… Poi, niente più. Mi addormentai, “credo” e risvegliai in un letto non mio. Vuoi che ti descriva meglio il sapore che avevo in bocca? C’era pure della schiuma.
Fecero un altro giro di danza. La musica era cambiata e lui le fece fare un caschè. Erano così vicini. C’era oscurità e pace e una temperatura mite e… un brivido le corse lungo la schiena e lui… lui la tirò su. Non aveva finito. C’era dell’altro.
Presi i voti. Divenni una suora. Avevo il mio abito, il mio velo, la mia stanzetta in convento, la mia  coroncina e la mia croce. Scoprii che neanche Dio mi voleva. No, non così. Non potevo. Non dovevo. Non volevo.
Sai quando ho capito? Fu una mattina presto. Fra’ Bernardino era venuto per la solita messa. Quel giorno, venne a chiamarmi, disse, in camera. Non ero  pronta, ma lui bussava e bussava e bussava alla porta. Gli aprii. Avevo paura che fosse successo qualcosa. Mi toccò i capelli. Mi stracciò la veste da camera. Io non mi mossi, non fiatai. Avevo solo tanta paura. Paura non del peccato, che, tra l’altro non avrei commesso io, ma…
Avevo paura dell’uomo. Insomma, paura che non mi sarebbe piaciuto. Che avrei sentito solo tanto dolore fisico.
Fu allora che capii. Capii che non ero una suora e che, soprattutto, non ero una donna.
Chissà che ora s’è fatta. Tu devi andar via? Io ho ancora tanto da raccontare. Chiudi gli occhi. Vieni più vicino. Ti reggo io.
La luna, amica mia, è andata via. Adesso tocca a me. La seguo. Io, se potessi, vorrei  diventare un uccello. “Anch’io”, disse lei interrompendolo.
Lui, allora, le prese la mano.
Volarono insieme.
Chiusero, insieme, gli occhi, circondati da papaveri e spighe di grano, da formiche e mosche e…

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