Lothar Mayerson si accorse troppo tardi della grossa cosa marroncina che schizzava fuori dal cumulo di pelouches della bancarella di tiro a segno.
Se ne stava lì, reggendo quella parodia ammaccata di un winchester, soddisfatto dei suoi quattro centri su cinque, quando la pila di orsi, foche e giraffe franò e qualcosa piombò su di lui con la violenza di un incudine. Lothar sentì spezzarsi qualcosa nell’impatto e un istante dopo un calore liquido gli stava invadendo il torace mentre precipitava a terra trascinandosi dietro quell’enorme… coniglio?
No, ora che lo stava afferrando per il collo peloso, si accorse che si trattava di un canguro. Sicuramente uno degli sgherri ammaestrati di Leo Tarry .
La donna che era insieme a lui e di cui non ricordava più il nome, tale era la sua importanza fuori dalla giurisdizione della sua biancheria intima, strillò, acuta come un calice di cristallo che va in pezzi, e fuggì a gambe velate e levate.
Lo zingaro della bancarella non fece una piega, probabilmente Leo aveva ammaestrato anche lui a suon di verdoni.; si limitò a voltare la testa dall’ altra parte accendendosi quel che restava di un vecchio sigaro.
Aveva perso, si era dimenticato del Buio che aspetta paziente oltre il cono di luce del lampione. Se si scordano le proprie origini, se si perdono di vista le radici, allora l’albero cade. Sei un vecchio gangster rammollito, si ringhiò contro, continuando a lottare nella polvere con l’animale. Doveva avergli fratturato qualche costola con quella doppia pedata ed ora l’emorragia interna cantava la sua lenta canzone dentro di lui. Si era fatto fregare come il garzone di un boss al suo primo giro di riscossioni. Rotolò su di un fianco cercando di raggiungere la fondina sotto l’ascella ma il canguro gli assestò un tremendo morso su di uno zigomo, trasportandolo sulla cima di una guglia di dolore mai provato prima d’ora. Che modo stupido di mollare il colpo per un malvivente della vecchia scuola: sistemato da un fottuto marsupiale.
Lothar lasciò partire un destro poco convinto che strisciò contro il naso umido dell’animale, mentre quest’ultimo gli assestò un altro calcio che gli fece sputare un denso fiotto di sangue. La vista vacillò come un fotogramma sgranato ed un vecchio pezzo di Armstrong gli colava nelle orecchie dalla giostra lì accanto. Dov’erano finiti i vecchi tempi in cui gli uomini sistemavano le cose da soli? Si arrampicò sul ricordo del suo primo sparo, secco e aguzzo in un vicolo di Hell’s Kitchen più di trent’anni prima. Un ragazzino aggrappato ad un revolver che eseguiva un ordine. Ora c’erano gli animali a fare i lavori più sporchi; l’uomo si era trovato costretto a cercarsi un nuovo tipo di complici a cui subaffittare il rimorso. Ormai il calore al centro del torace, sotto il gilè del gessato da milleduecento dollari, somigliava alle avances di un piccolo vulcano. Centrò l’orecchio del canguro con una gomitata fortuita ed ebbe una manciata di secondi di tregua mentre scrollava la testa. Assurdamente, si dannò cercando di ricordare chi fu la prima vittima delle nuove esecuzioni portate a termine dagli animali addestrati. Dunque, c’era stato Paul “Marvelous” Di Cicco, liquidato dai pinguini dai becchi limati come rasoi nella cella frigorifera del suo ristorante, Vinnie Vega da quell’orso che lo aspettava nell’ascensore… Soffocò con un colpo di tosse un altro rigurgito di sangue mentre il palmo della sua mano raggiunse il calcio zigrinato della pistola. Il canguro saltò in perfetta sincronia con lo sparo; la sua buffa testolina esplose sullo sfondo di una luna talmente piena da far apparire angusto il cielo che la ospitava. Crollò di fianco a Lothar con il rumore di un sacco di vestiti vecchi che venivano abbandonati per strada.
Lothar Mayerson provò a rialzarsi, ma ormai era più emorragia che gangster; lo zingaro se n’era andato e lì attorno non c’era anima viva. Soltanto la voce del vecchio Louis, roca come un ingranaggio, che ribadiva il suo punto di vista su quanto il Mondo fosse un posto meraviglioso. Allora smise di puntellarsi sui gomiti, poggiò la nuca a terra e si godette l’ultimo appuntamento della sua burrascosa esistenza con quella pallida e tonda signora sospesa nel cielo.










In carica...




















BELLISSIMO!!!!!!!!!!!!!!!!!
Mi piace tantissimo l’idea degli animali utilizzati in qualità di sicari, daltronde sempre meglio che finire nel laboratorio di qualche industria cosmetica per morire a colpi di lacca… Grande! :)
C’è un eco kafkiana in questo racconto, variegata da una piacevolissima venatura pulp. Lo trovo un meccanismo perfetto, incapace d’incepparsi! Complimenti!
Te lo appoggio in pieno! A metà fra Elmore Leonard e Ray Bradbury!!!!! :)