Racconti — 8 apr ’10 21:04

“La partita” di Carlo Galasso

Una o due volte l’anno al Mazzini si organizzavano incontri di calcio tra le due sezioni nelle quali vi erano alunni maschi, cioè tra la sezione A (lingua straniera francese) e la sezione B (lingua straniera inglese).

Nelle due sezioni, com’è facilmente intuibile, perché stiamo parlando di un Istituto Magistrale, vi erano pochi maschietti, in particolare la B che ne contava otto, a differenza della A, dove ce ne erano una ventina.

In quest’ultima sezione c’era una possibilità di scelta, anche se minima, per organizzare una squadretta di otto ragazzi, ma nell’altra no. Anzi, tutti dovevano partecipare e non erano consentite defezioni.

In quale sezione ero io? La sezione B, naturalmente. In quale ruolo ero costretto a giocare? Ma da portiere, altrettanto naturalmente. Ma c’è una spiegazione. Il ruolo del portiere era sempre destinato al più negato per il calcio, o a quello dal fisico più grosso. Forse perché si pensava che tra i pali facesse meno danni.       ERRORE!

La partita, per i primi venti minuti, era piuttosto equilibrata, tutti correvano a caccia del pallone, da una parte all’altra del campo, senza che le due squadre potessero combinare qualcosa di pericoloso.
Ma in questo modo le forze finivano prima, in particolare la squadra più debole, cioè noi, cominciava a cedere agli avversari, che in pochi minuti giungevano più volte a segnare.
In noi subentrava la paura di fare una brutta figura di fronte al piccolo pubblico femminile, si cercava di controbattere la supremazia degli avversari, che, al contrario, cresceva sempre di più.

0 – 3 …. 0 – 4 ….. 0 – 5 …..

A questo punto la partita degenerava, ma non nel senso della scorrettezza in campo. Anzi tutti erano più allegri, come se avessimo bevuto qualche bottiglia di vino.
Alfredo, ala di punta della mia squadra, era il primo ad iniziare: palla al piede si avvicinava alla mia area di rigore, guardava la porta, mi fissava e gridando:”Carlè, apare chist!”  (Traduzione del napoletano “Carletto, para questo tiro, se ne sei capace!”),  lasciava partire un bolide all’incrocio dei pali. Intendiamoci, anche se non fosse stato diretto all’incrocio dei pali, non l’avrei parato, ma ad Alfredo, quando doveva tirare contro di me, gli riuscivano dei calci eccezionali.

0 – 6 ….. 0 – 7 ….. 0 – 8 …..

Ad imitare Alfredo, a turno, si faceva avanti tutta la squadra, tutti ambivano ad essere tra i goleador della giornata, anche se contro la propria squadra.
A questo punto interveniva l’arbitro, fermando il gioco.
“Smettetela, altrimenti sospendo la partita e vi do lo 0 – 2 a tavolino!”
“E’ giusto!”. “Va bene!”. “Ce lo meritiamo!”. Erano i commenti dei miei compagni di squadra.

0 – 9 ….. 0 – 10 ….. 0 – 11 …..

Così, tutti contenti, terminava la partita, dopo che avevo incassato almeno dodici, tredici goals.

- – - – - – - – - – - – - – -

Trenta anni dopo, a Milano, mi trovo per strada, durante l’ora di intervallo per la colazione. Uno pseudo giornalista di una TV locale, accompagnato dal cameraman che riprende la scena, ferma i passanti per intervistarli sul campionato del mondo di calcio, iniziato il giorno precedente con la vittoria del Brasile per 3 – 0.
Il giornalista mi viene incontro e avvicinando il microfono alla mia bocca, mi pone la domanda, chiaramente metaforica: ” Lei ha mai preso tre goals in una giornata?”.

“Io, magari! Se non erano almeno dodici nessuno si divertiva!”.

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