Al tempo leggendario della prima stirpe c’era una bambina che voleva fare sempre di testa sua e sua madre aveva un bel da fare per farsi ascoltare, ma non c’era verso.
Un giorno la bimba stava giocando con le sue compagne. Avevano raccolto un mucchietto di pietre colorate. Ciascuna ne estraeva una a turno e in base al colore cercava di indovinare chi sarebbe stato l’uomo della sua vita. Una disse: “E’ una pietra nera, quindi penso che con essa disegnerò un uomo-gemsbok“. Un’altra disse: “E’ una pietra rossa, quindi penso che disegnerò un uomo springbok“. Infine toccò a lei e disse: “E’ una pietra grigia quindi penso che con essa disegnerò un uomo-babbuino”. E sentendo pronunciare il proprio nome il Babbuino sternutì.
Passò qualche anno e la bimba crebbe in una giovane donna. Arrivò il tempo della sua iniziazione e , secondo il rito, venne isolata in una piccola capanna solitaria, dietro a una rupe. Il Babbuino non aveva dimenticato lo sternuto e si avvicinò ala capanna dove giaceva la ragazza che anni prima aveva pronunciato il suo nome. Sostò poco lontano e la intravide coricata nella capanna. Allora sedette e si mise a cantare:
“Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra.
Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra”.
Il Babbuino, infatti, voleva che la faccia della ragazza diventasse come la sua. Poi se ne tornò con gli altri babbuini, ma all’alba del giorno dopo si arrampicò di nuovo sulla rupe. Per un po’ stette a osservare la capanna e l’accampamento dall’altra parte. Quando vide che tutti si erano allontanati, scese dalla rupe e si avvicinò alla capanna. Sedette a poca distanza e di nuovo cantò la sua canzone:
“Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra.
Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra”.
Poi se ne andò, perché non voleva che lo sorprendessero là, ma il giorno seguente appena sorto il sole, risalì ancora sulla rupe, guardò la capanna e, quando vide che non c’era più nessuno in giro nel campo, si avvicinò. Sedette e cantò ancora una volta la sua canzone:
“Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra.
Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra”.
E così continuò per tutto il periodo dell’isolamento rituale. Mentre la faccia della giovane donna un po’ per volta aveva cominciato a trasformarsi e a divenire sempre più simile a quella del suo corteggiatore. Finché un giorno il Babbuino s’arrampicò sulla roccia quando i famigliari della ragazza erano ancora nell’accampamento, poi scese lasciando gli altri babbuini sulla rupe ad aspettarlo.
La ragazza era nella capanna e sua madre si trovava con lei. Aveva notato il cambiamento nell’aspetto della figlia. Non aveva neppure più le mammelle; le erano diventate come quelle della femmina di babbuino. La madre l’aveva avvolta in una coperta ed ora stava cercando di immobilizzarla perché temeva il peggio. La ragazza sembrava calma, stava immobile senza dire una parola, finché all’improvviso balzò fuori della coperta e corse fuori verso il Babbuino.
La madre le gridò dietro: “Dev’essere stato quest’uomo cattivo a farti questo, figlia mia” e cercò d’inseguirla su per la roccia, ma il Babbuino la fermò dicendole: “Fermati! Questa rupe non è posto che tu possa scalare. Stattene sotto che è un posto molto più morbido. Queste sono rocce e tu non ce la faresti mai ad arrampicarti. Tua figlia, invece, sì che può scalarle senza difficoltà!”.
Poi s’avvicinò al ciglio della rupe per incontrare la ragazza, la prese per mano e l’aiutò a salire, perché pensava che fosse ancora insicura a scalare la roccia. La tirò su, mentre la madre se ne andava desolata a piangere nell’accampamento. E gli altri le dissero: “Amica mia, sembri pensare che non abbiamo educato la bimba in modo che crescesse saggia e ragionevole. Continui a piangere, perché ti manca tua figlia, ma sei stata tu a impedirci di educarla e renderla sensata. I bambini sono sempre così, fanno sciocchezze se crescono senza la guida degli adulti”.
E così la ragazza rimase con i babbuini e diventò come loro a tal punto che la povera madre non la rivide più perché non riusciva più a distinguerla.
Il gemsbok è un’antilope africana. Viene chiamata gemsbok in afrikaans e in inglese perché somiglia al camoscio (gemsbock, appunto) N.d.A.
Lo springbok è una piccola gazzella africana. N.d.A.
(tratto da “Fiabe Boscimane”a cura di Anna Meda, Ed. Oscar Mondadori, 1999)
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“La ragazza che sposò il Babbuino” di Marisa Attanasio
Un giorno la bimba stava giocando con le sue compagne. Avevano raccolto un mucchietto di pietre colorate. Ciascuna ne estraeva una a turno e in base al colore cercava di indovinare chi sarebbe stato l’uomo della sua vita. Una disse: “E’ una pietra nera, quindi penso che con essa disegnerò un uomo-gemsbok“. Un’altra disse: “E’ una pietra rossa, quindi penso che disegnerò un uomo springbok“. Infine toccò a lei e disse: “E’ una pietra grigia quindi penso che con essa disegnerò un uomo-babbuino”. E sentendo pronunciare il proprio nome il Babbuino sternutì.
Passò qualche anno e la bimba crebbe in una giovane donna. Arrivò il tempo della sua iniziazione e , secondo il rito, venne isolata in una piccola capanna solitaria, dietro a una rupe. Il Babbuino non aveva dimenticato lo sternuto e si avvicinò ala capanna dove giaceva la ragazza che anni prima aveva pronunciato il suo nome. Sostò poco lontano e la intravide coricata nella capanna. Allora sedette e si mise a cantare:
“Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra.
Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra”.
Il Babbuino, infatti, voleva che la faccia della ragazza diventasse come la sua. Poi se ne tornò con gli altri babbuini, ma all’alba del giorno dopo si arrampicò di nuovo sulla rupe. Per un po’ stette a osservare la capanna e l’accampamento dall’altra parte. Quando vide che tutti si erano allontanati, scese dalla rupe e si avvicinò alla capanna. Sedette a poca distanza e di nuovo cantò la sua canzone:
“Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra.
Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra”.
Poi se ne andò, perché non voleva che lo sorprendessero là, ma il giorno seguente appena sorto il sole, risalì ancora sulla rupe, guardò la capanna e, quando vide che non c’era più nessuno in giro nel campo, si avvicinò. Sedette e cantò ancora una volta la sua canzone:
“Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra.
Schiaccia, schiaccia
la sua faccia!
Che prenda la forma
della nostra”.
E così continuò per tutto il periodo dell’isolamento rituale. Mentre la faccia della giovane donna un po’ per volta aveva cominciato a trasformarsi e a divenire sempre più simile a quella del suo corteggiatore. Finché un giorno il Babbuino s’arrampicò sulla roccia quando i famigliari della ragazza erano ancora nell’accampamento, poi scese lasciando gli altri babbuini sulla rupe ad aspettarlo.
La ragazza era nella capanna e sua madre si trovava con lei. Aveva notato il cambiamento nell’aspetto della figlia. Non aveva neppure più le mammelle; le erano diventate come quelle della femmina di babbuino. La madre l’aveva avvolta in una coperta ed ora stava cercando di immobilizzarla perché temeva il peggio. La ragazza sembrava calma, stava immobile senza dire una parola, finché all’improvviso balzò fuori della coperta e corse fuori verso il Babbuino.
La madre le gridò dietro: “Dev’essere stato quest’uomo cattivo a farti questo, figlia mia” e cercò d’inseguirla su per la roccia, ma il Babbuino la fermò dicendole: “Fermati! Questa rupe non è posto che tu possa scalare. Stattene sotto che è un posto molto più morbido. Queste sono rocce e tu non ce la faresti mai ad arrampicarti. Tua figlia, invece, sì che può scalarle senza difficoltà!”.
Poi s’avvicinò al ciglio della rupe per incontrare la ragazza, la prese per mano e l’aiutò a salire, perché pensava che fosse ancora insicura a scalare la roccia. La tirò su, mentre la madre se ne andava desolata a piangere nell’accampamento. E gli altri le dissero: “Amica mia, sembri pensare che non abbiamo educato la bimba in modo che crescesse saggia e ragionevole. Continui a piangere, perché ti manca tua figlia, ma sei stata tu a impedirci di educarla e renderla sensata. I bambini sono sempre così, fanno sciocchezze se crescono senza la guida degli adulti”.
E così la ragazza rimase con i babbuini e diventò come loro a tal punto che la povera madre non la rivide più perché non riusciva più a distinguerla.
Il gemsbok è un’antilope africana. Viene chiamata gemsbok in afrikaans e in inglese perché somiglia al camoscio (gemsbock, appunto) N.d.A.
Lo springbok è una piccola gazzella africana. N.d.A.
(tratto da “Fiabe Boscimane”a cura di Anna Meda, Ed. Oscar Mondadori, 1999)
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