Racconti — 24 dic ’10 19:55

“La spesa per il cenone” di Camillo Sanguedolce

Ci piace, talvolta, durante l’anno andare tutti insieme al supermercatone per la spesa grossa, coi bambini che prendono di tutto e noi che riseminiamo lungo il percorso le caramelle fra i funghi, le barbie in mezzo alla pasta o un cacciavite dentro al frigo dei surgelati. Ma per il cenone di capodanno tocca a me, a me tutto solo soletto andarmi a perdere nella bolgia consumistica delle finte offerte e dei prezzi alle stelle: ho conservato per quest’estrema occasione tutto il blocchetto dei buoni pasto per alleviare l’estrema sofferenza al mio bancomat, ma quest’anno, come ogni anno, alla fine dell’anno non c’è verso, e per il cenone si va sempre verso la rovina.

Mia moglie non m’accompagna perché c’è mio padre, i suoi venuti su dal paese, i nostri tre bambini in attesa dell’arrivo dei cuginetti, degli zii e della vecchissima ricchissima prozia zitella che ogni anno si dissangua regalando 5 euro a ogni bambino e 10 a ogni adulto. Ma nella consapevolezza dello sforzo organizzativo mia sorella e i nostri genitori contribuiscono cospicuamente all’impegno con piatti pronti vini e dolciumi, e nonostante questo ogni fine d’anno arrivo alla cassa del supermercato col carrello che straborda di tutto quello che, non essendo necessario, è necessariamente superfluo per festeggiare la fine dell’anno in modo appropriato: opulento è la parola.

Ma che vuol dire “appropriato”? La fila alle casse è lunghissima di carrelli pienissimi e si prospetta un’attesa snervante. Ci guardiamo tutti l’un l’altro con un’aria disperata ed esaltata insieme, con qualcuno che approfitta dello stop per andare a prendere la stella di natale a 2 euro e 75, tanto per fare. Mi viene il sospetto che non ci sia nulla di “appropriato”, che nulla valga la pena questo spreco di soldi, d’energia e d’intelligenza.

“Scusi – dico a quello dietro di me – vado a prendere una cosa al volo!” e scappo fuori, all’aria aperta, a prendere una boccata d’aria. Poi decido di lasciare la macchina e prendo un autobus che fa capolinea in campagna. E lì, al freddo, a ore dalla mia scomparsa, riaccendo il telefonino che comincia a impazzire di messaggi e chiamate in entrata. Richiamo casa: “Non so dove sono – dico – ho un vuoto di memoria…non so che è successo…”
Mi vengono a prendere, felici d’avermi ritrovato, dimentichi del cenone dell’assurdo. Ceneremo con quello che c’è, che è già tanto e io, benché bugiardo, mi sento un uomo migliore.

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