“L’Archivista” di Vito Ferro

Quello che l’archivista di quarto livello con specializzazione controversie filosofiche, Gianni O. Dino, doveva fare come ultimo incarico di quel giorno era passare con un carrello di metallo munito di ruote attraverso i corridoio dello sterminato Archivio e ritirare i dossier che i suoi colleghi avevano preparato durante la giornata.

Era un incarico, quello, che prima o poi toccava a tutti.

A lui non dispiaceva svolgerlo quanto invece spiaceva ai suoi colleghi.

Avrebbe lasciato per un po’ la sua postazione, la sua scrivania, per avventurarsi lungo le enormi sale (certo non tutte, alcune), riempite di scaffali contenenti tutti i documenti possibili e immaginabili.

Era bello, per Gianni, vagare preceduto dal rumore cigolante delle ruote del carrello, tra banchi vuoti, penombre umide, lampade lasciate accese per sbaglio. Pensare, guardare.

Certo, ciò avrebbe significato finire due o anche tre ore dopo il normale servizio, c’era da ritirare e depositare poi tutto nel cassone idraulico, ma cosa importava? Il tempo era sempre uguale. Il tempo non cambiava mai.

Eccezionalmente, alcune pratiche lo coinvolgevano più di altre (era uno molto scrupoloso a lavoro, e le studiava tutte le pratiche che andavano archiviate, anche se ciò non era strettamente necessario: le leggeva dalla prima parola fino all’ultima), ma tutto sommato niente scuoteva la ripetitiva routine della sua vita. Come quella degli altri, d’altronde. E poi, il vero tempo libero, ovvero le riunioni informali nel grande salone comune, insieme alle colleghe donne, lo mettevano in soggezione. Se ne stava in un angolo tutto il tempo, a sbirciare il divertimento degli altri. Troppo timido per farsi avanti, troppo ritroso per partecipare alle favolose discussioni sull’Archivio.

Vagare per le sale scelte del suo reparto era quindi un momento tutto suo di evasione. Poteva fischiettare perfino. Poteva accelerare col carrello e spingerlo davanti a sé con uno slancio per poi raggiungerlo di corsa, prima che questo si schiantasse contro uno scaffale, una scrivania, un treppiedi di controllo ormai spento.

Si divertiva insomma, e le ore in più (comunque pagate) non gli pesavano.

Quella sera vide la porta per sbaglio. Non era una porta dietro uno scaffale che stava cercando, ma semplicemente una pratica che era svolazzata fuori dal carrello quando lui l’aveva lanciato con gusto davanti a sé. La pratica, nella penombra polverosa, aveva fatto una spirale sghemba ed era finita sotto lo scaffale. Per fortuna uno di quelli a modulo singolo, altrimenti mai sarebbe riuscito a spostarlo quel tanto che bastava ad allungare la mano e recuperare il documento.

Fu la striscia sottile di luce a incuriosirlo. Aveva appena spostato verso sé lo scaffale, ad un modulo solo ma comunque pesante, e aveva creato lo spazio sufficiente a ficcarci il braccio. Per terra, lungo il bordo in basso della parete dietro lo scaffale vi era quella striscia di luce. Bianca, forte, non tremolante. Distolse gli occhi dal fenomeno, li fece risalire lungo il muro e vide che la base della fessura era quella di una porta. Una porta di legno che una volta doveva essere colorata di verde ma che ormai, stando schiacciata dallo scaffale, aveva assunto un alone scuro, scrostato e sporco.

La porta non aveva maniglia. Lui era solo nella sala.

Infilò il dito nel buco dove vi era stata la maniglia. Sentì aria fresca provenire dall’altra parte. Col cuore in tumulto e con una vertigine lieve, cercò di fare leva verso di sé col dito infilato dentro. La porta pareva incollata al muro, ma dopo due o tre strattoni, si schiodò. Con la mano l’archivista tirò ancora schiudendo un passaggio di almeno venti centimetri, lo spazio massimo che lo scaffale permetteva.

La luce lo accecò. Era una luce fortissima, come di mille lampade da scrivania accese e fuse insieme. Le pupille gli dolsero. Chiuse gli occhi e ancora rimaneva un alone costante. Si voltò dando le spalle alla porta.

Dove portava quella porta? Che cosa ci faceva lì? Non esisteva nessun locale ufficiale che potesse contenere quella luce. E, da quel che poteva capire e vedere, quella porta era stata chiusa da parecchio tempo. Riaprì gli occhi ma tenendoli strizzati. Cercò di abituarli a quel lampo. Niente più aghi nelle pupille.

Con molta fatica allontanò da quell’accesso lo scaffale. La porta si apriva ora per una buona metà del suo percorso. Tenendo le mani davanti agli occhi, la oltrepassò. Sapeva di stare facendo una cosa pericolosa. Sapeva, anche se non vi era nessuna norma o regola nel regolamento ufficiale imparato a memoria che lo proibiva, di stare compiendo un atto scorretto. Ma la curiosità, la sua solitudine, furono più forti.

All’inizio, nonostante credette di essersi abituato, la luce gli impedì di vedere.

Contro la pelle arrivava un aria fresca, che ricopriva ogni suo poro, facendogli alzare i peli sulle braccia. Odore incredibile, mai annusato prima. Non c’era la densità nei polmoni della polvere dell’Archivio. Si sentì leggero.

Buttò lo sguardo a terra e, con gli occhi strizzati, si fissò i piedi. Accanto ad essi un pavimento di sottili fili verdi che si muovevano, vibrando, e sparsi qua e là oggetti dalle forme irregolari grigi, chiari e scuri, alcuni bianchi. La stessa lunghezza di quei fili verdi era irregolare. Abbassò una mano, cautamente. Al tatto, quel verde era morbido e fragile, setoso e umido. Nonostante si muovesse, non oppose resistenza al suo contatto. Gli oggetti irregolari erano invece duri, consistenti, immobili.

Ebbe un brivido e come una folata di ricordi. Chinato, tastando attorno ai suoi piedi, riportò alcune nozioni lette e imparate di sfuggita da alcune pratiche di sua competenza.

Il mondo. L’ipotesi del mondo. Una realtà più vasta dell’Archivio stesso, immenso, infinito, esterna ad esso, forse prossima, parallela ma irraggiungibile. Se non dopo la morte. Credenza archiviata tanto e tanto tempo addietro, superata da molte altre esposte e diffuse negli ultimi tempi. Il paradiso  dei vecchi archivisti. Sono morto. Sono morto in qualche modo misterioso, senza dolore, senza avvertirlo. E sono nel paradiso rudimentale degli antichi. La cosa più che atterrirlo, lo eccitò. Non c’è più controllo, allora. Niente treppiedi. Niente capi archivisti. Niente di niente. Eppure come mai questa concretezza, come mai i miei sensi ancora attivi? Sembrava ricordarsi che quel paradiso era immateriale. I sensi, in quell’ipotesi, erano illusione. Si saranno sbagliati. Sempre fissava il pavimento sotto di sé. Pietre, erba, gli parve di ricordare. Non sapeva a cosa abbinare quei nomi. Il verde era pietra? Il resto erba? Gli occhi si fecero lucidi. Li alzò.

Una distesa di quel verde si spandeva all’infinito, puntellata qua e là da oggetti oblunghi, alti, sottili alla base e con una apertura in alto, come dei treppiedi di controllo enormi. La parte superiore di essi, come i fili, vibrava dolcemente.

Sopra questi oggetti, stava un soffitto sterminato colorato con una tinta che lui non aveva mai visto. Era una sala incredibile. Cielo: aveva sentito spesso quella parola, sempre collegata ad un tempo a venire, ad una promessa d’eternità, a quel paradiso irreale e macchinoso surclassato da altre teorie. Quel soffitto era cielo?

Era da solo. Si girò su se stesso, cercando la porta dalla quale era entrato. Osservò per la prima volta nella sua vita quello che era “l’altro alto” dell’Archivio: una struttura scura, a forma di tunnel, alta e lunga. Una diga in mezzo a quel verde brillante, bagnata dal riflesso del “cielo”.

E poi la vide. La fonte di quella luce, la super lampada che stava appesa in quel soffitto impressionante. Era una lampada sferica di colore giallo che non riuscì a fissare per più di qualche secondo. Non pareva avere sostegno alcuno né catene a cui essere attaccata. Ebbe paura che gli potesse bruciare gli occhi. Era rotonda ed enorme. Vertigine. Senso di soffocamento, nonostante l’aria fresca sempre addosso e il suo rumore che parevano parole sussurrate. Dio. Principio di tutte le cose. Luce. Sole.

Dove sono? Dove sono gli scaffali? Dove sono le pratiche? Dove gli altri archivisti? Era da solo.
Ebbe l’impulso di tornare dentro l’Archivio e raccontare tutto. Si bloccò. E se ciò significasse la mia condanna? Se ciò che ho fatto è troppo grave perché mi sia concesso il perdono? Non riusciva a capire come ciò che aveva scoperto potesse essere un errore: nonostante quell’immensità disordinata, troppo aperta e paralizzante, quello che vedeva era bello. Magari non un paradiso, ma qualcosa di affascinante, e soprattutto di reale e vario. Era una possibilità in più, oltre l’Archivio. Lo si poteva studiare, analizzare, vivere forse.

Ma poi ricordò la porta. Se qualcuno l’aveva costruita e chiusa schiacciata da uno scaffale tra i tanti, un motivo doveva pur esserci. Che fosse pericolosa quella sala dove si trovava? Vi erano nemici, creature oscure, possibilità di dolore? Di morte? Si sedette per terra. Respirò. Tutti gli altri in quel momento dovevano essere nella sala riunioni. Gli avrebbero creduto? Come non farlo, c’era la porta. Non fu la paura di una punizione. Che punizione avrebbe dovuto meritare uno che ha scoperto qualcosa casualmente, qualcosa che esiste ed impossibile negare? Non era un’ipotesi su di un dossier. Non era una teoria, tutto quello. C’è una porta, è vero, a sbarrarne l’accesso, ma una porta non è un muro e una porta può essere aperta. Forse deve esserlo.

Ricordò che gli antichi usavano una parola, tra le tante, per descrivere la volontà di sapere: fede. Il senso di quel termine non gli era mai stato chiaro. Lui sapeva solo studiare, quello per lui era volontà di sapere: leggere e studiare, e basta. Si disse, forse è fede, qualcosa che va oltre la semplice mia volontà di sapere. Forse si dice fede, ciò che sto facendo.

Si alzò da terra. Raccolse dell’erba o della pietra, non ricordava ancora, e si incamminò lasciandosi dietro l’Archivio, verso la zona della sala enorme dove quella lampada adesso si stava abbassando.

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