“Linee dritte nel mio infinito” di Salvatore Casale

Era difficile incontrarsi dopo tanto tempo e non sentire il dolce profumo del passato,lui che con sguardo meravigliato dalla vita come sempre intrinsecamente coraggioso e proficuo mi saluta. Un uomo che apparteneva a un’era a me sconosciuta un candore intellettuale estraneo  anche a lui,  il corpo vispo e vivace con quelle mani curiose  alla ricerca di nuovi universi. Lei, la  finta spagnola con lo sguardo vivo e umido di una bella ragazza un po’ spaventata dalla vita ma con tanta voglia di scoprire di ritrovare se stessa la bella lucana, piccina che se l’abbracciavi scompariva in te, quei suoi modi cosi eleganti e innocenti come una bambina alla scoperta del mondo.
Le scale gelide reggevano i nostri discorsi come sempre, la birra ci accompagnava come una vecchia amante che non si è ancora avuto il coraggio di lasciarsi alle spalle. I discorsi sulla vita si facevano sempre più entusiasmanti, il nostro modo di rappresentarci la realtà mi sembrava talmente innovativo  e personale fuori dalle logiche dei sistemi.
L’alcool incomincia a scendere e a farci  percepire in modo confuso e biascicato parole che prendono suoni leggeri collegati direttamente con la nostra mente. Le persone scorrono lente e tranquille lungo la strada guardando qua e là per cercare un appiglio ai loro pensieri, la fame inizia a farsi sentire e tra il cielo gelido e la strada illuminata da questi lampioni gialli che creano un’aureola di saggezza intorno al nostro muoverci e scoprire ci incamminiamo tra vicoli abnormi che ci scandagliano nella dolce notte per portarci in una piccola bettola dall’aria terribilmente normale quasi asettica Tutto riveste un ruolo abbastanza marginale tutto si riconduce alla testa in forti spasmi del mio pensiero. L’aria intrisa di cibo, il fritto si espandeva nelle piccole tre salette tutte con dei grandi quadri ai muri di vecchi paesaggi normali quasi banali, le tovaglie gialle con qualche schizzo rossastro per farti capire che non eri l’unico, dei ragazzi con risa sguaiate sedevano alla nostra destra in tinte forti reggevano l’atmosfera della stanza, una vecchia coppietta forse amanti gustava con piacere nascosto la libera uscita al segreto qualcuno che mangiava in solitario. Ordiniamo la cosa meno costosa e più abbondante, spaghetto accompagnato dal vino casereccio che pizzica la lingua, brindisi dopo brindisi tutto aumenta, si inebria, come il nostro vivere, la bella lucana si sporca tutta, non ha mai saputo mangiare gli spaghetti.
L’aria sembra immensamente nostra, tutto mi scivola addosso per poi ripercuotersi con infinita bontà dentro di me, ricollegarsi a discorsi passati a cui solo ora con pallida vergogna riesco a rispondere o quantomeno relazionarmi, parliamo con noi stessi e con l’intero universo nello stesso istante come grandi eroi della nuova epoca, giovani immortali nel pensiero di ogni anima esploratrice.

Usciti dalla vecchia bettola ci ritroviamo immersi nella nebbia che accomuna le nostre sbronze e il nostro perderci nell’infinito degli anni trascorsi oramai scivolati lungo il dirupo della vita senza possibilità di rivederli. Questa nebbia ci ha sempre emozionati ci faceva perdere dentro noi stessi, riconosciamo il mondo solo quando sta a pochi passi da noi meravigliandoci di particolari che solo ora stimolano la nostra attenzione, piccole luci sparse qua e là.
Il duomo un’immensa creazione cosi carismatica in queste sfumature tarde medievali, l’enorme scalinata pallida al nostro cospetto sembra un posto ideale per accoglierci,la bella lucana con estremo candore scioglie del buon nero aromatico mette su uno splif e aspira profondamente quasi leggiadra su questa nuvola immensa che ci avvolge. Leo Nucartt prende dalla borsa una bottiglia di vino che  si è fregato a nostra insaputa nella bettola, la stappa secondo tecniche a me sconosciute e fa un lungo sorso con lo sguardo rivolto all’infinito. Il dolce profumo del nero inebria l’aria e noi stessi. La mente assapora lampi di luce che mi riconducono a  qualche tempo  fa  quando tra una birra e una sigaretta c’eravamo conosciuti tutti e tre.
Una sera di gennaio fredda e solitaria,dopo ore passate sui libri avevo bisogno di un contatto umano di parlare con qualcuno che non conoscevo, che non sapeva assolutamente niente di me e di cui io non sapevo assolutamente nulla.
Dopo un paio di birre e la mia soglia di resistenza abbassata, lui con un’aria irreale esclama.”La poesia è necessaria”. Un turbinio di sensi e di immagini prolifera e pervade la mia mente, era riuscito a dire una frase che io non avevo mai avuto il coraggio di dire a nessuno nemmeno a me stesso. Lei  che se ne stava accoccolata sullo scalino, cercando di ripararsi dal freddo. Ci guardava con uno sguardo lucido, vivo come si meravigliasse di ogni piccola inclinazione di questo mondo, anche l’aspetto più banale di questa vita lo  rivedevi nei suoi occhi   sotto una luce diverse che hai conosciuto quando eri bambino,quando ti meravigliavi nell’andare allo zoo e vedere quegli enormi animali fantastici,quando ti svegliavi la mattina e guardando fuori dalla finestra vedevi tutti i tetti innevati ed eri felice perché non si andava a scuola.
Io che mi sentivo un intruso, vittima della mia voglia di conoscere gente nuova, imbarazzato nei gesti e nei pensieri ma rassicurato dai loro sorrisi,lei che l’avevo notata un paio di giorni prima leggere un libro di Marquez che con ignobile curiosità avevo cercato di capire il titolo ma non ci ero riuscito,con il timore di essere scoperto il che mi avrebbe fatto anche piacere. Lei che cercava disperatamente una posizione comoda raggomitolandosi come un gatto, sempre più impavida e meravigliata  nel leggere  lo si vedeva dai suoi occhi. Quella copertina rossa sgualcita dai segni del tempo era intrisa di poesia.
La luce del sole di gennaio entrava timorosa dalla finestra in uno strano colore acerbo, quasi non nasceva come se aspettasse il momento giusto per esplodere e portare la vita, ma forse era arrivato e non se ne rendeva conto.
A volte ti senti uomo ma non hai ancora voglia di vivere di capire in quale direzione va l’universo, se sei solo con te stesso o riuscirai prima o poi a trovare qualcuno che sia in grado di viaggiare con te.
Lui il ragazzo con la cravatta a scacchi a cui ho prestato subito i miei fumetti di Pazienza senza nemmeno ricordare il suo nome,il perché di questo mio gesto non mi è mai stato tanto chiaro,però l’alcool scorreva nelle vene ed io ero felice sicuro e incontaminato  e lui era lì con me…
I nostri mondi erano sempre più vividi e intensi agli occhi dell’altro,si delineavano secondo regole sconosciute e piene di fascino ai miei occhi,ci scoprivamo con desiderio giovane e puro , conoscendolo assaporando la sua vita , il nostro dolore, i nostri bisogni. Nati da esperienze diverse ma intrisi del profumo acre della terra quella che puzza di vita vera quella corposa che ti entusiasmi al solo guardarla, quella che ti fa sporcare le mani ti fa piangere ti fa stare male soffrire come  un cane.
Lui che si aggirava per le strade con quel suo fare normale la camminata disinibita e la bottiglia sempre in mano i guanti che lasciavano fuori le dita e  il corpo pieno di anima punk,la cinta a scacchi.Le nostre serate passate a fare discorsi in cui non entrava mai nessuno, erano troppo intrisi di noi dei nostri pensieri per poter essere aperti a terze persone. Dalla prima volta che ci siamo conosciuti  hanno sempre parlato le nostre anime escludendoci rendendoci soli corpi che comunicavano ma non capivano il perché  lui era il mio maestro ben presto non più eravamo solo noi. Era normale così naturale spontanea che solo dopo a distanza di giorni ricordavi cosa avevi detto e te ne vergognavi un pò perché erano pensieri espressi con somma gratitudine verso una persona vicina che mi destabilizzava sempre di più che volevo imparare a vivere, non mi avrebbe mai tradito ne ero convinto all’ora come lo sono adesso…

Submit your comment

Please enter your name

Your name is required

Please enter a valid email address

An email address is required

Please enter your message

Hyde Park © 2017 All Rights Reserved

http://www.rivistahydepark.org

Theme by Marco Savarese

Powered by Marco Savarese