Accade che durante lo spazio assegnato al diurno venga assalita da reiterazioni a catena da accreditare alle scorribande mentali del notturno, e senza tregua la mente sussurra ipotesi astrali contro la ruvidezza della materia quotidiana.
Accade che di notte, pause satinate, pensate appena perché disobbedienti, fili colorati tesi e molli nell’etere, trama e ordito a circuito chiuso a confronto, diventino piesse e repliche a canovaccio.
Accade che l’immaginario traslato in aree ben perimetrate allaghi e diventi sintesi d’oceano nella dimora segreta. In alto, salvato dalle acque un barattolo di cioccolato aspetta me e chi già si lecca le dita ammettendone il piacere. L’ordine preme alla porta chiusa a chiave dall’interno, nulla da fare.
Atolli decomposti creano ostacoli e appigli in attesa di risposta. Vige il pensiero condizionato, sottinteso di libertà cui un irrefrenabile moto nega la stasi. Il sogno si prende cura dell’impossibile, nel ruolo di creatore curatore installatore d’immagini, si fa urgenza delle necessità reali assegna i ruoli e fornisce gli attori.
Poi.
Un film paradossale, il set della veglia è sempre allestito, ma convertibile all’istante. Ed io vado, ogni notte vado.
La particella RI è un’altra delle responsabilità grammaticali da cui non posso esimermi e Ri/peto, Ri/passo le scene durante il giorno RI/trattabili di notte, intanto Afrodite, tormentone del momento, apparecchia la tavola. I piedi spumosi che sanno di battigia, il bouquet di gerani rossi infilato nel lembo del pareo come fosse un revolver, i boccioli asfissiati dall’acqua della pasta in bollore subiscono affranti il dinamismo domestico, sulla nuca un nodo di capelli imperfetto, ciocche anarchiche che languono sullo zigomo fiero, un canto d’amore salta su dalle cosce affaccendate nel giro tovaglia, balza sui muri indenne, come fosse cielo, come fosse alba, come fosse il giorno assente di magia, quindi scivola, cade, si spacca in note maltagliate addette all’oblio, finché la notte le Ri/vuole indietro per Ri/comporre il canto.
Ma è giorno. Di giorno l’eco è come un’arteria pronta, a volte punitivo spiccia le parole, le separa dall’incantesimo, le ottura. Ma so dove RI/trovarle. Basta stia zitto la notte. Intanto che la tovaglia ha raggiunto la perfezione centro tavola Ri/passo e Ri/cordo le battute già dette. Tengo la porta socchiusa alla condizione della luce, rassetto in fretta le stoviglie, sbircio il lento trapasso del giorno al bacio crepuscolare, spazzo il pavimento,le ombre Ri/abilitano il rosso, ed io sciolgo i capelli profumati all’estratto di viola selvatica.
Lama di corallo che fende il nero lasciami entrare con te, è scoccata la mezzanotte e conosco ottime ricette a base di zucca. Le fate mignon, quelle nascoste sotto il cuscino, quelle gigantesche che si parano davanti alle porte dove gl’incantesimi stipano i desideri irregolari non dispensati da loro, vadano pure a letto, è l’una passata, ho appena cominciato e la smetto quando mi pare.










In carica...



















una full immersion in pensieri concatenati da rime musicali…dove il tavolo su cui si gioca il monologo è la notte…
la lettura è piacevole…e rivela la profondità della colta autrice.
di un introspezione che ti avvolge e ti guida la cura delle parole è di una grazia maniacale…bella e abissale