“Nero ebano (aspettndo Finnegan)” di Carmine Della Pia

Luglio, 2009

L’estate in cui uccisi mio padre avevo diciannove anni. Trascorsi gran parte del luglio di quell’anno chiusa nella mia stanza, giacendo sul letto senza lenzuola. D’estate la casa era surriscaldata dal tepore che vecchie finestre non riuscivano a filtrare come avrebbero dovuto.
Viola.
Il 16 luglio 1999 lo ricordo come un giorno viola, come le nuvole che scalzarono via il sole, regalando una pioggia sottile ma efficace. Fu l’unico giorno del mese in cui indossai la felpa rossa regalatami proprio da lui.

Alle sedici e trenta, il corpo di polizia dell’Illinois era riunito intorno al cadavere di Connor Devoto, 60enne italoamericano, proprietario dell’Old Palace Hotel di Rockford. La ringhiera della terrazza su cui spazzava via polvere rossa non aveva retto il suo peso. Nessuno poteva immaginare che a provocare la morte di Devoto era stata, in realtà, sua figlia, Jennifer Devoto. Jenny, per gli amici.

Il giorno viola volgeva al termine, e niente riusciva a scuotermi. L’assenza di mio padre era solo un’idea astratta. In realtà non avevo mai avuto un padre. O questo fu quello di cui mi convinsi sin dall’età pre-adolescenziale. Decisi che i rapporti consanguinei niente avrebbero potuto vincere contro quelli creati da altri fattori come l’amore, l’amicizia, la lealtà, l’onestà o tutta la serie di stronzate che una piccola e arrogante tredicenne potrebbe pensare alla sua età.

Costantemente sola, l’unica persona da cui ero preceduta era la mia reputazione. Perché lei aveva vita propria, si nutriva del pettegolezzo altrui. Del buffo di quartiere che derideva le mie lentiggini, della bidella che mi credeva orfana, delle mie compagne di classe per le quali ero una povera tossica e da Thomas Stuart, grazie al cui rifiuto ad un appuntamento, diventai, per il college intero, la ‘lesbica dalle trecce rosse’.

Dov’ero rimasta? Vedi papà? Sono così egocentrica che ho scritto più di me, che di te. Avevi proprio ragione, allora. Riprendo il discorso, ero alla concretizzazione della tua assenza. Si, non ho mai sentito la tua presenza. Non appena rifiutata la mia iscrizione presso l’All American HighSchool, fui felice del tuo sguardo di compassione, perché fu accompagnato da un sorriso che sembrava dirmi: “Non avevo alcun dubbio, tesoro”.

Eppure fui sollevata. Se pensavo alle mie compagne di classe o allo stesso Thomas Stuart e ai loro genitori, piccolo borghesi arricchiti da chissà quale patto con il crimine, trascorrevo il resto della serata a vomitare sangue. Loro erano molto soli, ma a pensarci bene erano pur preceduti da qualcosa: la loro mente bigotta e retrograda. Grassa e maleodorante, la immaginavo vestita di tailleur e calze a rete, proprio come la signora Stuart, mentre trattava suo marito come l’ultimo dei servi che le preparava la cena.

Scusa, papà. Il pomeriggio è dedicato solo alla tua assenza.

China sulla scrivania del suo ufficio, raccoglievo le sue cose, con la speranza che il vento portasse via tutto. Aprendo la finestra sentivo il vento cessare i suoi giri freschi, e la calura mi tormentava ancora.

Sono trascorse dieci ore e la tua presenza stenta a sparire. Continuo a scrivere, un vortice di sensazioni spinge la penna rossa trovata in un comodino sul ripiano ‘ricevute fiscali. I tuoi fogli gialli sono pieni di sbavature. Scrivo, e, quando sono esausta, la mia mente è così vuota che esco fuori dalla porta e quasi ti chiamo. Apro la bocca e si ferma a mezz’aria, ricordandomi che non ci sei più.

Jennifer, Jenny, Dev’O. Piccola, tesoro, puttana. Chi ero, quel pomeriggio? Chi credevo di essere, quale vestito avrei voluto indossare, e quali parole avrei usato per farmi compatire ancora? Quali sorrisi ammiccanti avrei regalato per attirare le attenzioni degli altri, e quali inganni avrebbe escogitato la mia mente per salvarmi il culo, ancora una volta?
Quel giorno di luglio avevo compiuto diciannove anni da dieci mesi. Mi avvicinavo alla maggiore età come in una stanza buia, come se non mi riguardasse minimamente.

La signora Devoto era stata la signorina Scezia, di padre veneziano e madre argentina. Aveva conosciuto il signor Devoto nei primi anni sessanta, ma si sposarono molto tempo dopo. Nel 1970, forse. La signorina Scezia, quando divenne Signora Devoto, cambiò molto. Credo che se avessero potuto incontrarsi, sarebbero state grandi nemiche, antagoniste di una vita, l’una avrebbe criticato i capelli dell’altra, il trucco dell’altra, le mani dell’altra. Mia madre lasciò mio padre all’Old Palace una sera del 1971, a pochi mesi dalla mia nascita. Lasciò la sua famiglia, e non vi fece più ritorno.

China sulla tua scrivania, alzo la testa e penso che sia ora che scrivi al computer i registri dei clienti, i loro dati e i giorni di permanenza. Le loro vite e le loro storie. Sei andato via, ma ti sento ancora, ti aspetto alla reception per la paghetta settimanale. Se fossi vissuto un giorno in più, non ti avrei parlato dell’ennesimo amante della mamma, sadica puttana in preda ad una crisi ormonale post-menopausa.

Chiedevo del denaro a mio padre, facoltoso proprietario alberghiero dell’Illinois, ero esclusa dal college più importante della nazione, ma la mia delusione sparì quando Helena Goodson, in tabaccheria, iniziò a vendermi della purissima marijuana olandese.

Fumo, papà, da molti mesi. La signora Johnson aveva sorpreso Kimberly a fumare nella sua stanza e la punizione durò fino al mese successivo. Tu sapevi del mio vizio? Ignoravi totalmente inventando a te stesso improbabili scuse per giustificare l’odore di erba provenire dalla stanza 3? Non te l’avevo detto prima che saltassi giù dalla terrazza, ma spesso ho desiderato le sberle della signora Johnson e l’isolamento di Kimberly.
Libero il tuo studio dal superfluo, papà. Comincerò dalla scatola nero ebano che mi hai sempre tenuto nascosta sotto al tuo letto. Anch’io conoscevo i tuoi segreti, sai? E se un giorno avremmo parlato, raccontandoci tutto? Il perché, il dove e il quando dei nostri istinti? Aprirò la cassa nero ebano e ogni volta che, prendendo una boccata d’aria, la bocca vorrà esclamare il tuo nome, accenderò una sigaretta. E un’altra, e un’altra, e un’altra ancora. Quelle non sono sicura di poterle abbandonare. Smetterò, papà, quella merda non sfiorerà mai più le mie narici.

Leggevo la mia storia di dieci anni fa mentre, su una poltrona di pelle, aspettavo la dottoressa Finnegan. Colei che di lì a poco avrebbe fermato la mia dipendenza.



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