Tornavano nuovamente le tre e mezza del pomeriggio, come al solito mai puntuali, sempre con qualche minuto di ritardo. Pioveva. Lungo la strada verso casa i tergicristalli dell’auto a stento riuscivano a togliere un po’ di stanchezza dal vetro. L’autoradio era oramai spenta quando Loris scorse la sua finestra blu, pure oggi spalancata, quasi come se lo stesse aspettando da una vita. Sulle scale aveva già il giubbotto in mano insieme alle parole, e mentre saliva piano, la solita voce corse a prenderlo. Gli occhi di sua madre erano quelli che gli andavano incontro. Erano gli stessi occhi da giorni, da mesi e da lontanissime fotografie. Lui già sapeva di dover presentare di nuovo senza senso la stessa faccia, di dover rifare la stessa vita di ieri e di giorni uguali andati e dimenticati, di ripetere le stesse scene oramai impolverate e chiudere la sua malinconia insieme alle labbra. Scoraggiato, conservava cenere di fantasia nelle tasche.
Anche questo pomeriggio gli era bastato abbassare lo sguardo dinanzi alla ricerca fragile di quelle luci soffuse, davanti a quei respiri, e sporgersi con un altro passo verso camera sua. Per pochi istanti aveva rivisto sua madre. Gli occhiali di lei erano ancora rotti sul naso e i capelli sporchi sembravano rassegnati a non trovare pace. Era riuscita ad allungare una mano sul volto del figlio e strappare ancora una carezza. Si sentiva serena ora, di nuovo per un altro giorno.
Stava per chiudere la porta Loris e dal volto della donna una piccola ferita d’oro si aprì… un sorriso -
-“ Mi sei mancato ”.
-“ Si, sono stanco… chiamami appena è pronto ”.
La porta si chiuse. Loris aveva speso le sue due ultime parole che gli erano rimaste tra le mani.
Dentro la stanza, dentro la sua vita arrivava poca luce. Amava nascondersi tra i suoi sogni, qualcuno acceso, alcuni distrutti da ricostruire, altri da buttare. Ma era stanco, come sempre, di collezionarli, di ricucirli, di stare a ricordare come sia fantastico corrergli dietro… e vivere nel frattempo… sospeso tra il sogno e la realtà. Posò il portafogli su una torre di libri e si lasciò cadere sul letto. Stava scivolando via un’altra giornata e continuava a pensare che era tempo di andarsene via, che in fondo sarebbe stato meglio cosi. Stava maturando in lui, da poco più di un mese oramai, la voglia forte di lasciare il luogo in cui aveva trascorso tutta la sua infanzia, lasciare le mura che conservano la sua voce, proprio quelle che erano strapiene delle sue parole. Ma Loris non vedeva neanche un filo di nostalgia in mezzo a tutta quella nebbia confusa di preoccupazioni e speranze. Voleva andare via, solo andare via, senza riflettere troppo a cosa sarebbe successo. Sentiva solo questo. E sperava continuamente in qualche cambiamento, aspettava per giorni e giorni un’occasione, un evento, qualsiasi cosa che gli avrebbe permesso di abbandonare il posto in cui non stava più bene. Aveva dimenticato il suono del suo camino, aveva dimenticato il calore di quel fuoco, il calore della casa… la sua casa. Voleva cambiare, semplicemente quello.
Continuava a bagnargli la mente la stessa onda che ritornava su ogni pensiero, su ogni sguardo: tutto quello che gli era intorno lo stava uccidendo… con amore. Non poteva più restare lì. Tentava di fuggire con la paura appesa al collo, girando gli occhi verso il cielo… fuori… al di là del soffitto. E lungo il corridoio della sua memoria ritornavano laceranti e ancora prive di senso le parole della madre di qualche giorno prima. Teso… avevano spezzato le forze che lo avevano trattenuto. Quel giorno la rabbia lo strinse nelle ossa e nell’anima. Aveva cominciato a percuotersi il petto con pugni epilettici, mangiandosi il cuore stretto tra i denti. Continuava a rivedersi, a ricordarsi, mentre cieco avanzava verso quei lamenti che giravano e rigiravano come una macchinetta impazzita.
La donna cominciava a indietreggiare preoccupata, ma oramai Loris l’aveva afferrata e stretta la teneva per il collo della maglia stracciata. Le sputava in faccia tutto il sapore del suo cuore, che vedeva irrimediabilmente squarciato. Provava un tremendo terrore nella sua agonia .
- Perché divento cosi? Perché mi succede questo?
- Tu non sai cosa sono io! Che cosa sento, provo, vivo!! Non sai nulla di me.
- Io non lo so, che vuoi da me, lasciami stare
- La vita… mi sta distruggendo!! – le urlò in faccia.
Gli occhi immobili e folli di Loris erano conficcati dentro gli occhi terrificati della madre. Le urla diventavano parola dopo parola sempre più spaventose. Aumentavano ferocemente attimo dopo attimo fino a stordirla. Erano un martello che inchiodava violentemente sul viso della donna, che ad ogni colpo lentamente scompariva tra le mani del figlio. Come senza peso era strapazzata da quegli occhi di pioggia e senza sguardo.
- Fermati ti prego, calmati. Che cosa ti ho fatto? Dimmi cosa ti ho fatto?
- Niente! Non hai fatto mai niente. Niente!!
- Non mi hai mai aiutato e ora mi stai uccidendo – continuava a gridarle rabbioso.
Subito… veloce… lo incendiava un grido lungo una fiamma nervosa, e scintille e scatti di frenesia lampanti gli accoltellavano l’anima. Nessuno sguardo. Ascoltava la sua voce decisa, senza colore e senza respiro. Sentiva di sbagliare e si aggrappava disperato al tempo, tremando dall’errore come sull’orlo di un burrone. Strascicava tutto il peso di essere lì ma non riusciva a fermarsi, e stringeva e strattonava sempre più forte il collo della madre soffocante, che tentava di liberarsi da un profondo dolore che le piegava le gambe. Un ultimo scatto d’ira sussultò con un eco profondo e lei cadde in ginocchio stremata dinanzi al proprio figlio. Loris la lasciò andare quando cominciò a vederla per la prima volta, cosi fragile e spaventata con le lacrime sulle dita. La guardò ancora una volta negli occhi, come fosse stato un addio, e ansimando si allontanò. Qualcosa finalmente lo aveva placato o trattenuto, qualcosa gli aveva bloccato il respiro.
Era un’ossessione atroce che lo stringeva… quella rabbia..tutto quell’impeto violento… era solo per sua madre.
Piangeva ora, e non vedeva scoperte le sue paure… erano petali bruciati.
Nascondendosi, poi, dietro ai muri, portò violente le mani al volto.
Le stesse mani ora gli strappavano quella stessa faccia, mentre continuava a girarsi e rigirarsi tra le spine del letto.
Da poco aveva messo una canzone alla radio, gli piaceva, ma dalla cucina la voce dei piatti lo chiamò. Era pronto.
Loris lasciò casa molto presto la mattina dopo. Da mesi a questa parte passava la stessa notte che lo assecondava fradicio di rassegnazione, ancorato al solito bicchiere per distruggere tutta la pietà verso sé stesso e ogni minimo dubbio su qualcosa in cui credere.
Quella mattina non esisteva che una gelida scia di luce graffiargli la pelle . Tristemente solitario camminava piano sotto la pioggia infinita e insistente di pezzi di illusioni frantumate. Gli sembravano già sprecate tutte le sue speranze e tutta la sua vita.
Come carta da regalo, vuote sensazioni gli avvolgevano il cuore… non aveva occhi per ammirare… e fuori il buio per le sue luci chiare non accendeva, non scartava un foglio… un’emozione… un ricordo. Loris non sentiva più stralci di vita e, fragile, non aveva la forza per reagire. Rassegnato se ne stava per tornare solo e mezzo vivo a spazzare e raccogliere, a percepire qualcosa ma non credere più, a vivere fingendo di vivere.
Dario lo aspettava ogni mattina al secondo piano del suo modesto appartamento, già pronto da più di mezz’ora. Conosceva Loris dai tempi del liceo e sapeva benissimo che sarebbe arrivato sicuramente in ritardo, ma amava farsi trovare preparato, amava aspettarlo affacciato alla finestra con gli occhi fissi verso quell’angolo di strada, sicuro che dà lì l’amico sarebbe prima o poi apparso. Avevano deciso di incontrarsi quel giorno, quando Dario aveva sentito paura nella voce dell’amico, come se un dannato timore di perderlo… di perdersi… avesse avvolto quelle parole.
Camminava seduto sulla sua sedia raccogliendo tra il letto e la cucina le sue ultime cose. Ripensava a Loris che voleva parlargli, mentre aspettava. Conosceva bene la malattia dell’amico. Ricordava ogni istante delle ore che Loris arrotolava insieme al cielo e alla bellezza, consumato e devastato, nel mostrargli tutto il suo dolore… di come col cuore accartocciato non riusciva più ad amare, a vivere, a guardare il mondo. Da quel giorno Loris non era stato più lo stesso. Si lasciava spegnere piano col tempo.
Dario gli era stato sempre vicino e ora, vinto dalla paura di lasciarlo andare, di tradirlo per sempre… piangeva. Aveva visto tutto l’inizio del lento e tortuoso ritorno alla vita dell’amico che mai… mai si realizzò.
Passarono mesi, stagioni, giorni di pioggia, affacciato alla finestra con gli occhi fissi verso quell’angolo di strada, seduto sulla sua sedia ad aspettare, ma dentro di sé sapeva che da lì Loris non sarebbe mai più apparso.





Alessandro
14 apr ’10
Un racconto che ti attraversa,che tocca paure e ansie.Che ti bagna di meraviglia