“Ondadimare: Capitolo 1″ di Legoista

Leggo, scrivo, passeggio e penso. E’ così che trascorro il mio tempo, da quando Marta mi ha lasciato, e sono passati quasi dieci anni da allora.
Eravamo riusciti a stare insieme per così tanto che non me lo ricordo più e poi, un giorno, dopo mille tempeste, lei prese un aereo col biglietto di sola andata e si trasferì da sua sorella in Sicilia.
Adesso, mi telefona ogni fine mese ma non ci vediamo più da tre anni. In verità, stiamo bene così come siamo e, intanto che il tempo passa, ancora meno abbiamo voglia di rivederci. Siamo due vecchi, appesantiti da rancori che non vogliono dimenticare e neppure perdonare.
Io mi sono nascosto in una casa mezza isolata in collina, dove la campagna mi rasserena e d’estate non soffro il caldo.
Milano è lontana solo un’ora da questo posto ma è un secolo che non ci vado. Prima ci vivevo e adoravo quella città, ma adesso non più. Voglio starmene qui, lontano da tutto il resto e poi, mi piace quest’orizzonte di montagne lontane, mi piace sentire soffiare il vento, mi affascina guardare il volo degli uccelli che migrano e i disegni delle nuvole nel cielo, e mi piace perdere lo sguardo tra i vigneti e i campi. Io, tra questi alberi così grandi… io mi sento al sicuro, come un santo protetto da Dio. L’odore della terra e i suoi rumori mi fanno stare bene e il mio cuore è in equilibrio con l’universo.
Ho imparato ad ascoltare le mie emozioni, a sentirmi parte di questa natura e risvegliarmi sereno ogni mattino.
Seduto sulla poltrona di vimini, fumo una buona sigaretta, qui sulla mia terrazza, alle sei del pomeriggio di questo settembre già a metà, e lascio i miei pensieri liberi di volare.

Prima, quando Marta se ne partì, mi vinceva spesso l’abbandono e non fu raro che mi lasciassi tramortire dal vino, o dimenticassi di nutrirmi o lo facevo male e… che stranezza, sebbene viverle accanto fosse stato un continuo farsi del male, mi colse impreparato quel distacco e poi la solitudine.
Era forse il timore di avere perduto l’idea di una certezza, ciò che mi angosciava, e mai mi balenò che un laccio si era spezzato dopo una vita che mi legava, ma questo lo intuii molto tempo più tardi.
Il fatto è che di certezze ne avevo ben poche in quegli ultimi anni.
Mi sentivo fragile e imperfetto, senza riuscire a dare un senso alla mia vita e, quello starmene inerte e pigro dentro la mia famiglia, era un riparo dalle stesse mie paure.
Quando i nostri ragazzi seguirono altrove le loro vite, e uno dopo l’altro ci lasciarono, anche Marta, che finì di amarmi molti anni prima, decise che sarebbe morta lontano da me.
Se ci penso, mi scuote ancora il pensiero di quel tempo in cui mi abbandonò il coraggio e scelsi di isolarmi, stanco e sconfitto, in attesa di una qualunque fine e questa casa, che comprai durante uno dei miei girovagar da solo per contrade e campagne, divenne il mio nascondiglio dagli uomini e da Dio.
Come potei, per mesi e mesi, odiare ogni sole che sorgeva, io non lo so, ma più nulla mi convinceva che potessi avere a che fare ancora con la vita.
Ero stato un egoista, cattivo marito e pessimo padre, assente e infedele… ma, se alcuna avrebbe saputo vivermi accanto non era di certo Marta e, se una donna avrei voluto accanto, non era lei ugualmente. Forse, simile intuizione indugiò in Marta fino a che non ebbe consapevolezza che tutto sarebbe peggiorato della sua vita, continuando a starmi accanto e così, un giorno, avviò le pratiche di divorzio. Non ne fui sorpreso, tuttavia percepii un tremore e la coscienza di un evento irreversibile.
Vendemmo l’appartamento di Milano e stabilii affinché l’intero ricavato lo tenesse Marta. Forse le comprai una specie di perdono, un risarcimento materiale e sterile come tutte le cose che le avevo saputo dare, poi mi rifugiai tra queste mura e non volli vedere più nessuno.

Non ci vuole troppo a superare i confini che separano gli uomini dalle bestie ed io superai quel limite in capo a pochi mesi.
A volte, me ne stavo chiuso in casa senza uscirne anche per un’intera settimana e un giorno, credetti di morire per essermi cibato di alimenti scaduti …che vomitai per cento volte l’anima; un altro, invece, mi ubriacai tanto da caderne soprafatto e cadendo mi ruppi il pollice destro …che ancora oggi posso piegarlo a stento e con dolore, per non averlo curato allora.
Avevo la mente così confusa tra vino e pensieri, d’aver perduto il conto del tempo e frantumai l’ultimo specchio per non guardarmi più e dimenticarmi.
Molte volte accadde, che i miei figli tentassero di persuadermi a tornarmene in città prima che non potessi più pentirmene ed ogni vota, io gli urlavo contro di sparire e di lasciarmi in pace.
Poi, la casa fu invasa dagli scarafaggi e dalla spazzatura, e non c’era differenza tra quello e la mia vita, e fu allora che desiderai finisse tutto in fretta.
Troppo codardo per togliermi la vita da solo, avevo lasciato che per me lo facessero l’inedia e il disordine, il vino e il fumo di mille sigarette, attendendo la morte, tra tosse e sputi, come una benedizione.

Un giorno mi venne meno il cuore e il mio corpo cadde, come crolla un pupazzo, malamente e miseramente, sul selciato davanti alla porta di casa: due anni dopo, una sera che pioveva piano, senza avviso, a tradimento.

Chissà se fu Dio a mandare Marisa…
Lei era lì come un destino. Bagnata dalla pioggia leggera, minuta e sfuocata come un’ombra, io la guardai e mi parve di guardare un angelo ma… fui sorpreso di non vederle ali.
Mentre mi allontanava l’incoscienza, io sentivo una carezza sulle ciglia e il sussurro di una voce che mi ripeteva di non temere nulla…
Marisa strinse forte la mia mano e il dolore che mi spaccava il petto divenne distante e lieve, chiusi gli occhi e l’universo si dimenticò di me.

Fu lei ad avvertire l’ambulanza.

CONTINUA



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2 total comments on this postSubmit yours
  1. SUPERLATIVO!!!!

  2. della serie…si chiude una porta e si apre un portone? mi piace l’introspezione, tutto ciò che è complessità mentale mi affascina.

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