“Scelte” di Luigi Magliulo

“E questo è tutto” disse, e – click! – spense il registratore appoggiato sul tavolino davanti a sé. La lucetta rossa rimase accesa ancora per un paio di istanti, poi ci rinunciò anche lei.
Prese le bottiglie che aveva preparato e iniziò a versarne il contenuto in un grosso bicchiere rosso di cartone con la scritta <Coca-cola >. Sbuffò. Si chiese come mai questo servizio non aveva pensato di farlo prima: doveva immaginare che in quel momento sarebbe stato molto più difficile.
Quando però si portò il bicchiere alla bocca, cercò di scacciare qualsiasi pensiero negativo. Se doveva farlo pieno di pensieri negativi, pensò, allora era meglio che non lo facesse. Non avrebbe avuto senso.
Si bagnò le labbra. Alla fine il sapore non era così male. Solo allora realizzò che avrebbe davvero potuto farcela, ma non riusciva a capire perché se ne stupisse.
Portò di nuovo il bicchiere alla bocca.

La porta d’ingresso si spalancò. Lele si sfregò le mani e si tolse il cappotto e la sciarpa; dall’angolo dell’anticamera si vedeva il tavolino del soggiorno: sopra c’erano delle bottiglie, una di whisky di pessima marca e le altre di medicinali vari. Non le aveva mai viste prima d’ora, soprattutto a casa sua, ma capì lo stesso.
Lasciò cadere sciarpa e cappotto, e arrivò giusto in tempo per vedere Tony seduto sul divano che finiva di buttare giù il suo beverone da un grosso bicchiere di cartone. Glie lo fece cadere con un calcio, poi gli afferrò un braccio e lo tirò a terra.

“Cazzo, amico” disse Tony “vattene via, via!”

Lele alzò il pugno per zittirlo, ma poi pensò che era meglio se continuava a parlare. Tony fece per mettersi a gattoni, ma Lele gli strinse entrambe le braccia intorno allo stomaco e spinse con le mani giunte.

“Che cazzo fai?” disse Tony

Già, che cazzo faceva, si disse Lele. Poi ebbe un’idea: afferrò Tony per il collo tenendolo sotto all’ascella, e a sorpresa gli aprì la bocca, infilandogli due dita in gola. Tony iniziava a perdere le forze, e quando vomitò, tra le altre cose delle pillole ancora intere, Lele seppe di aver fatto la cosa giusta. O almeno ci sperava.
Si avvicinò al telefono fisso che stava sul mobiletto a fianco al divano e chiamò l’ambulanza. Guardò Tony che si contorceva a terra, spargendo il proprio vomito sul tappeto.

“Questo lo lavi tu” disse

*
A sera, dopo aver passato una giornata in ospedale, si erano seduti faccia a faccia ai due lati del tavolo della cucina. Dalla macchinetta che borbottava sul fuoco veniva un odore di caffè.
Lele tirò fuori un pacchetto di Camel dalla tasca dei jeans, e lo buttò al centro del tavolo, poi si alzò, prese il registratore e lo mese a fianco alle sigarette. Lo accese.
Si sentì un ritmo scandito da una batteria, poi entrarono il basso, la chitarra e infine la voce.

“Ma… questo è un pezzo dei Joy Division!” disse Lele

“Embé, non ti piace?”

“Si, mi piace, ma che cazzo di cliché sei?

“Boh, secondo me dice tutto quello che c’era bisogno di dire”

“Cioè, vuoi dire che non c’è nient’altro?”

“Certo che c’è, dopo il pezzo”

“Beh, allora…”

Lele stette ad ascoltare la canzone per un po’, tamburellando nervosamente sul tavolo, quindi si alzò e versò il caffè in due bicchierini di plastica, lo zuccherò sia per lui che per Tony e lo bevve. Tony era perfettamente immobile e tranquillo, un po’ smunto, forse, pensò Lele, smagrito, ma a vederlo sembrava uno a posto.

“Senti… ti dispiace se andiamo avanti? Guarda, è un bel pezzo, ma vorrei sentire quello che viene dopo”

“Cosa? Uff” sbuffò Tony “E va bene, ma non capisco cosa speri di trovarci dopo, l’elenco delle cose che eviterebbero che mi uccidessi?”

“Figurati! Non spero così tanto, ma almeno il nome di qualche persona che ti farebbe piacere vedere in questi giorni. Io non avevo la più pallida idea di chi chiamare, in ospedale. Infatti alla fine ho preferito prima parlarne con te. Occhei?”

“Come ti pare…”

Lele fece andare il nastro avanti, poi un po’ indietro, e infine lo stoppò e premette play.

“Prova – prova” la voce usciva dal nastro tranquilla e sicura

“Allora, avevo sedici anni quando i miei decisero di andare a trovare per una decina di giorni i nonni, a Reggio Calabria. Io, beh, io non vedevo l’ora, perché sarei potuto finalmente stare con la mia ragazza di allora, Maria. Capite, ci saremmo comportati come una vera coppia sposata – avremmo vissuto, cucinato, e – soprattutto – dormito insieme – ovviamente all’insaputa completa dei miei.
Era tutto perfetto, davvero, i primi giorni e – ah! – era estate – ve l’avevo detto che era estate? – comunque, una bellissima estate calda e afosa, di quelle da passare tutte le notti fuori in veranda – avevamo una villetta – mano nella mano. Poi, inevitabilmente, successe qualcosa: mio padre un paio di giorni prima di tornare telefonò e disse che si era dimenticato di portare dei fogli in azienda, su in Molise, prima delle ferie. Ci vado, io, papà, dissi allora, Non c’è problema, se si tratta solo di accompagnare zio con la macchina…
Spiegai a Maria che avrei probabilmente dovuto passare una notte fuori, e le chiesi se per lei era un problema rimanere là da sola, giusto per quella notte. Invitandola avevo fatto trenta, adesso facevo trentuno, e lei Figurati, mi disse, Ma stai scherzando? Ci renderà ancora di più come una vera coppia di sposini, disse, o comunque disse qualcosa del genere, così io partii.

“Al mio ritorno, la casa era in uno stato… penoso; Maria era scomparsa, e così il mio hashish. Parlando con amici e conoscenti, o anche solo ascoltando cosa diceva la gente, venni a sapere diverse versioni della storia, diverse soprattutto nel numero di persone, di ragazzi, che Maria aveva invitato.
Ecco, disse poi mio padre sollevando con la punta dell’ombrello un preservativo usato, ecco perché non voglio più dormire con tua madre. Da allora quel fatto lo usava come esempio quando mi diceva di non fidarmi delle donne.

“Adesso, se vi piacerebbe sentirvi raccontare di come sono andato a casa sua, le ho spaccato la faccia finché non mi ha detto nomi e indirizzi, e poi li sono andati a cercare a tutti e tre o quattro o quanti ne erano e ho rotto tutti i loro culi, allora vi state sbagliando. Non ho fatto nulla di tutto questo: non ci siamo proprio lasciati, nel senso che abbiamo smesso di frequentarci e basta, senza dirci una parola di più. Il punto è che comunque lei era nella mia stessa scuola, e frequentava parte dei miei amici, perciò in un modo o in un altro continuammo a incontrarci spesso, quasi regolarmente, almeno fino al diploma.

“Poi, due mesi fa, cioè una decina di anni dopo quella storia, io stavo all’incrocio tra via Mezzocannone e il rettifilo – ero là sul marciapiede che davo dei volantini del ristorante cinese “La Muraglia” – quando l’ho vista scendere da un’auto, un’Audi. Cioè, non l’ho proprio vista immediatamente, prima ho visto le sue gambe che scendevano dalla macchina, e ho capito che era lei solo quando mi è venuta incontro. Ciao, ha detto, lei si ricordava benissimo. Mi ha detto che adesso faceva l’assistente di un professore universitario, e che si stava per sposare. Chi è il fortunato?, dissi, e non potei fare a meno di pensare a quanto quelle parole suonassero strane. Non penso tu lo conosca, ha detto, e poi ci siamo salutati. Io rimasi là ancora per un po’, poi buttai nel primo cassonetto i volantini e andai verso casa.
Venni a sapere che presto avrebbe sposato il suo professore – pare che avesse almeno quarant’anni più di lei.
E questo è tutto”

Il registratore si spense. Ci fu un attimo di silenzio, poi Lele disse: “Mi hai quasi convinto”

“Hai visto” disse Tony, e scoppiò a ridere. Ridevano entrambi.

“E pensare” disse Lele “che ai miei tempi bastava, che so, qualche pompino, un po’ di sesso, al massimo il culo!”

Tony estrasse due sigarette dal pacchetto e se le mise entrambe in bocca per accenderle. Lele nel frattempo aveva recuperato la bottiglia di whisky e stava riempiendo due bicchieri.

“Senti” disse “Ti va di andarcene assieme al burger king, più tardi?”

13 total comments on this postSubmit yours
  1. bello questo racconto. ironico, pop, amaro, realistico, divertente. quasi meglio delle patate al burro. spero ne vengano altri.
    G.P.

  2. Secondo me, Tony è bellissimo. Capelli lisci e nerissimi, occhi neri, grandi e profondi…
    Per lui, volentieri, mi farei chiamare Maria!
    Luigi, perché hai intitolato questo racconto “Scelte”? Quali scelte?
    Mi è piaciuto. Tantissimo mi è piaciuto l’OK, scritto OCCHEI ;-)
    Altra domanda. Posso?
    PROFESSORE… di che?

  3. di fronte alla distruzione dei rapporti umani, e allo schifo della nostra società (in particolare dell’università^^), ci si uccide, o ci si ride su con gli amici? O, ancora, ci si vende per entrare nel sistema?
    Io amo questi due personaggi perchè sono loro contro il mondo.

    p.s. che tu sia maledetto, gordon pym!

  4. Un pezzo di vita che rispecchia perfettamente, non la società moderna di cui tutti parlano e che fondamentalmente non esiste.
    Non esistono società moderne in senso generazionale, se si guarda indietro in un certo senso alcuni clichè ci sono sempre stati.
    Il mondo è cambiato nelle tecnologie, nella libertà di espressione(che poi se si guarda infondo tanot libera non è), nei piercing, nel rapporto con i genitori…ma alcuni filoni ci sono da sempre e spero non sempre ci saranno.
    Magari un giorno non si sarà solo il 2 a guardare il mondo….

  5. Vervaine,
    spiegati meglio, please :-(
    Cosa rispecchia il racconto? NON la società moderna… MA…? COSA? Hai messo un punto alla frase! Cosa???????

  6. Grande luigi, bel racconto veramente. Fanne altri come questo. Penso che la gente abbia bisogno di leggere storie che trattano della loro vita di tutti i giorni, e i problrmi ad essa associati XD. Pssono forse anche essere uno spunto per affrontare tali problemi.

  7. TOGLIERSI LA VITA? Sì, certo è una soluzione!

  8. è una scelta al pari di molte altre, il fatto che per te sia inammissibile non vuol dire che lo sia per tutti, soprattutto in quest epoca di vuoto e disperazione

  9. Compi la DIFFICILE scelta (A VOLTE SEMBRA L’UNICA) di toglierti la vita. Sei disteso a terra. Sbavi, ti contorci, stai per andare FINALMENTE di là… QUANDO…
    ARRIVA LELE :-(

  10. brava, diccelo

  11. Lalla, shakespeare non giudicava mai i suoi personaggi, per questo era grande

  12. “Oh, Lele, Lele, perchè sei QUI, Lele?”

  13. Bellissimo e molto particolare il racconto di Luigi,
    molto divertenti anche alcuni commenti :)

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