Spaccanapoli.
Così a Napoli viene chiamato l’insieme di strade e piazze che vanno da piazza del Gesù Nuovo alla Pignasecca, passando per Santa Chiara, piazza San Domenico Maggiore, via S. Biagio dei Librai e via Forcella. Una ferita lacero contusa che taglia in due la città settecentesca.
Lo sfregio per eccellenza, quello più grande da sopportare.
Una mela bacata divisa in due parti, dove le anguste vie laterali si affacciano come vermi parassiti. In mezzo, una umanità variegata che non assomiglia a nessun altra, fuori dal tempo come i luoghi dove dimorano ma pronta a succhiarne la linfa come avevano fatto i loro avi per secoli.
La farsa e la tragedia che rappresentano costituisce il summa della napoletanità.
Diego era nato tra i bassi senza luce e i palazzi logori di via Pasquale Scura, nella parte più alta dei Quartieri Spagnoli. Quel nome l’aveva ereditato dal più famoso Diego Armando, che proprio nell’anno della sua nascita – il 1984 – faceva la sua comparsa a Napoli. I suoi genitori l’avevano scelto più per emulazione che per convinzione, in onore dell’unico uomo capace di risvegliare l’antica voglia di rivalsa. Via Pasquale Scura non era una strada, ma il perno che univa le due anime della città che da sempre si scontravano e si cercavano. Da lì Spaccanapoli iniziava la sua discesa verso il centro storico mentre dal lato opposto, si prolungava fino al Corso Vittorio Emanuele e quindi il Vomero.
Il quartiere bene, quello dove stavano i “signori”.
E loro s’affacciavano con malcelato schifo su quella melma d’altri tempi, arrivata fino a noi per calcolo e per strafottenza. Un bronx ante litteram che non aveva mai conosciuto rivolte o tumulti, tranne per coprire soprusi e interessi.
Prima delle favelas brasiliane e delle Banlieue parigine.
Diego era cresciuto così, sospeso tra due mondi senza appartenere a nessuno dei due. Questo gli fu chiaro alle elementari e ancor di più alla “Scura”, la scuola media del quartiere. Mentre i suoi amici definivano carattere e legami, lui restava fermo in una sorta di limbo decisionale. Sapeva che quel luogo non gli apparteneva e per allontanarsene si scrisse al liceo Genovesi, quello di Piazza del Gesù Nuovo. Poi vennero gli anni dei centri sociali e dei punkabbestia, con i quali condivise droghe, vita randagia e il rifiuto della società civile. Ma era ancora poco per considerarla una vera appartenenza. A “Officina 99” – il centro sociale di Via Granturco – si fece fare un piercing al sopracciglio e un tatuaggio giapponese sull’avambraccio destro da un ragazzo ispanico.
Per lui fu una rivelazione.
La magia di quei disegni e l’ebbrezza del metallo chirurgico lo stregarono a tal punto che decise di diventare un tattooing, un tatuatore.
Il “Brancaleone” a Roma; “l’Intifada” di Empoli; il “Leoncavallo” a Milano; il “Lazzaretto” a Bologna; il “Zapata” di Genova. Nei centri sociali sparsi per l’Italia imparò e approfondì le tecniche del tatuaggio e del piercing ma ovunque andasse, si sentiva un estraneo incapace di creare legami con il posto. E all’apice di quella deriva tormentata decise di trasferirsi a Londra per cercare nuovi stimoli. Si stabilì presso alcuni amici a Camden Town – un sobborgo di Londra – dove cominciò a lavorare presso un famoso tattooing. Due anni passarono veloci, nei quali Diego affinò la sua arte fino a raggiungere alti livelli di maestria, ma l’alienazione che covava dentro era per lui un’angoscia insostenibile.
Come un orologio svizzero arrivò quell’ansia liberatrice che lo scuoteva periodicamente.
Fu solo per caso che un giorno mollò tutto per tornare a casa, sui Quartieri Spagnoli. Nel quartiere tutto era rimasto immutato e nel centro storico, l’incredibile opposizione dei centri sociali andava via via scemando, rientrando in canoni quasi istituzionali. Dei vecchi amici pochi s’erano salvati, gli altri erano stati stritolati da droga, delinquenza ed emarginazione. Fu uno dei sopravvissuti – Mario, anche lui amante dei tatuaggi – che per sfida gli chiese di aprire un Tattoo & Piercing studio. Diego non aveva simpatia per le attività commerciali ma aveva un potenziale artistico che aspettava solo di esplodere, inoltre l’idea di dover mettere radici gli faceva venire l’orticaria. Per convincerlo, Mario gli assicurò che avrebbe finanziato l’attività per metà, lui doveva mettere il resto e la sua arte, che naturalmente avrebbe gestito a modo suo. Fermo restando che poteva lasciare tutto quando voleva.
E su queste basi precarie Diego si fece coinvolgere.
Trovarono una vecchia rosticceria chiusa da anni a Piazzetta Nilo e dopo un frenetico mese di ristrutturazione e allestimento, “TATTOO YOU” venne alla luce. Nei lunghi anni di apprendistato Diego s’era specializzato nella tecnica americana della “Tattoo Machine”, la macchinetta elettrica ad aghi che inietta l’inchiostro sotto pelle. Ma per i clienti più esigenti offriva l’antico metodo “Irezumi”, la tradizionale tecnica giapponese che imprime il colore attraverso pennelli di bambù a cui è fissato un ago all’estremità. Quelle persone sfidavano ore di dolore estremo pur di esibire tatuaggi unici e non riproducibili con nessuna macchinetta.
La bellezza di Diego catalizzava tutta l’attenzione dello studio, la pelle diafana e i lunghi capelli biondo cenere riempivano tutta la scena. Una bellezza trasversale che attirava tutti gli strati sociali: dalle universitarie alle ragazze dei bassi, dalle professioniste alle commesse. Neanche gli omosessuali erano immuni al suo fascino,
Volevano i suoi tatuaggi e i piercing e se ne avessero avuto la possibilità, anche tutto il resto.
Manuela abitava a Via dei Tribunali, in pieno centro storico. Con i suoi diciassette anni sfoggiava tutta la sfrontatezza e la sfacciataggine delle ragazze del posto, ma la sua bellezza era così impressionante che più di un ragazzo s’era rovinato per lei.
E la lista era diventata decisamente lunga.
Manuela voleva un piercing all’ombelico e le sue amiche le indicarono lo studio di Diego, così si presentò da lui un lunedì mattina dopo l’ennesimo filone a scuola. Diego stava dando gli ultimi ritocchi ad un tatuaggio mahori sull’avambraccio di un ragazzo, dava le spalle alla porta e non s’accorse di lei.
Ma se ne accorsero i clienti che aspettavano nella piccola sala d’attesa.
Diego fu distratto dall’improvviso silenzio, quando si affacciò nella saletta vide il motivo per cui s’erano ammutoliti tutti quanti. Manuela si stagliava in controluce come un sogno irrealizzabile, la minigonna e il corpetto verde militare mettevano in evidenza un fisico statuario. I capelli nero corvino incorniciavano un ovale dalla bellezza scandalosa e le gocce di sudore, sprigionavano feromoni facilmente riconoscibili per qualsiasi maschio.
“Voglio un piercing qui all’ombelico”, disse con voce alta e sguaiata, mentre con la bocca torturava una gomma da masticare.
A Diego ci vollero alcuni istanti prima di riaversi, quando fu di nuovo presente si accorse che la “Tattoo Machine” gli era caduta da mano.
“No! Non posso farlo, non si può migliorare la perfezione”, rispose lui impassibile, poi prese l’attrezzo da terra e ritornò dentro. Manuela diventò rossa per la vergogna, si morse un labbro dalla rabbia e scappò via.
Nessuno mai le aveva parlato così.
Quel giorno Diego fece tre tatuaggi tribali e cinque piercing, prese appuntamento con dei clienti e ordinò al fornitore una serie di inchiostri nuovi. Alle sette in punto chiuse la cassa. Gli ultimi scampoli di tramonto regalavano alla chiesa di S. Domenico Maggiore una strana luce ambrata, Diego stava abbassando la saracinesca quando una Honda SH 150 – sbucata da chissà dove – si inchiodò a dieci centimetri da lui.
Era Manuela, truccata da star e con addosso un abitino striminzito.
“Non hai voluto farmi il piercing e m’hai fatto fare pure una figura di merda. Il minimo che puoi fare ora è offrirmi da bere”, disse lei con un mezzo sorriso intrigante.
Diego non se l’aspettava ma era felice di vederla, e senza farsi pregare prese posto dietro di lei. Lo scooter partì a tutto gas verso S. Biagio dei Librai, sparendo nel ventre molle della città vecchia, dove i luoghi sacri s’incrociano con i tesori d’arte e le botteghe artigianali si alternano ai negozi dei cinesi e degli africani. Diego chiuse gli occhi per assaporare al meglio lingue e dialetti, odori speziati e umori maleodoranti che da sempre si mescolavano in quei vicoli.
E per la prima volta nella sua vita sentì di appartenere a quel posto.










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