
Il binomio a confronto rivela il divario fra lo stato del divino e quello terreno che definisco SUBLIME nella co-incidenza dell’equità della sostanza. Nesso non c’è, ma lo trovo, altroché se lo trovo, comunque trattasi di cioccolato e i suoi fruitori.
E dev’essere che dea mi sento e quindi sono. Per usurata convinzione personale affermo che ciò che sembra, infine è, pertanto sorbetto THEOBROMA quale cibo degli dei perché mi spetta. Mi sono insignita di titoli impunemente, spesso ragionevolmente sospettabile di megalomania come cipria, come inganno, come perifrasi di sostegno alle assenze, ora ultimo paravento, il cioccolato.
Già prima, correndo pei vicoli con le crinoline alle clavicole, in un bivio poi, a cavallo d’una bilancia truccata tentando di resistere al tempo, alle intemperie deliranti dell’anima sottosopra, ora. Mi hanno accusata di aver commissionato il sequestrato dell’orologiaio, non è vero, coi ritardi biologici non c’entro nulla, qualche beato deve aver superato l’esame del primo miracolo assegnandomi gli arretrati.
L’ordine del tempo s’è inceppato, mastico cannella come tabacco, il gomito sul ginocchio, tratto con la luce perché infeltrisca e allunghi le notti. Calo i piedi nella tinozza colma di cioccolato, decorata di rondini stanche dal calcioinculo attorno al bordo, cedo alla stasi furibonda in cui navigo senza destinazione incoraggiata dal pretesto corrente che risponde al nome di cioccolato. Ed è una storia di furti, metafore, confessioni.
Da una vita, ignota sciantosa da tabarin, piume e lustrini, bocca rossa, un manuale sottocutaneo illeggibile, un tutt’uno con il corpo, indecenti entrambi, sulla pelle tesa, trasparente, lettere mute che il labiale non ha mai letto, troppo complicato, pronta da millenni ancora imballata, dea col pass per l’Olimpo mai usato. Dev’essere scaduto. Ora basta. Affondo le mani poi le braccia nei litri di cioccolato che saziano la stanza, colmando la distanza. Mi cospargo i capelli, passo per il cuore, il ventre,le cosce, attendo si rapprenda come calco d’argilla. Umetto il disavanzo sulle labbra con la lingua. Cioccolato, THEOBROMA, per la regina di cuori, moglie del re, amore del fante.
Ora, l’orlo della veste regale inchiodato sulle rotule indica un segreto, le parole tremano alte, lunghe, protese come braccia gotiche là dove già fecondate, sanno, vanno, genesi di pensieri dai cromosomi compatibili di due note azzeccate a caso, ma un capolavoro.
Un narghilè d’oro colmo di THEOBROMA sul piedistallo d’onice altezza anca destra, mi rammenta il rango. Ma non ce n’è bisogno. Monarca ingorda, assecondata, era scritto.
E fin qui d’accordo.
Cosa c’entra col THEOBROMA inutile agli dei opinabili, tutto ciò non saprei, come al solito non ne so apparentemente nulla.
Debbo avere la faccia come una mappa lercia, ingozzata di THEOBROMA, sono una dea, fra un po’ il calco si spaccherà, avrò la pelle di velluto e un cuore tatuato sul cuore. Non smetto, sono parole d’un viaggio ipocalorico del gusto e del pensiero, faccio bottino e sintesi da Bignami, gli dei riuniti in un sorso di cioccolato, in un gesto ingurgito cibo e cibandi tranne uno per il confronto. Uno, uno solo, un giovane dio a tenermi compagnia, nel ruolo del ladro reo confesso. Potrebbe essere un’apprendista dei piaceri del cioccolato, potrebbe essere che dichiari il furto per farmi giocare con le parole, potrebbe essere un maestro pasticcere capace d’invenzioni inimmaginabili, capace di mangiare cioccolato, d’imboccare me, di raccontarmi storie di lontane malie d’indispensabili sogni. Senza darmela a bere, ha confessato il furto, il sottinteso piacere del THEOBROMA da condividere finché ce n’è.
In carica...




















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