Racconti — 2 gen ’10 14:02

“Un Matrimonio a Sorpresa” di Luca Buggio

Torino, 3 luglio 1737

Borgo Dora, poco dopo mezzogiorno

L’oste era abituato a servire i suoi clienti senza fare troppe domande.

Finché pagavano e non gli sfasciavano i tavoli, erano liberi di fare quello che volevano.
A ciascuno i propri affari.
E se ne facevano parecchi di affari, alla taverna del “Bue Rosso”. La posizione la favoriva: appena fuori dalle mura cittadine, sulla strada che conduceva alla Reggia di Venaria.
Vicina abbastanza al centro di Torino, lontana il giusto dagli occhi degli sbirri del Vicario.
Quelle quattro pareti annerite dal fumo del camino vedevano ogni giorno scambi, discussioni e trattative. Non sempre all’insegna dell’onestà. Così stava certo avvenendo nell’angolo più lontano dalla porta, dove sedevano tre individui che avevano ben poco da spartire con il titolo di galantuomini.
Uno di loro l’oste lo conosceva bene, per quanto si potesse conoscere davvero uno come lui. Gyorgy gli aveva raccontato che suo padre faceva parte del reggimento degli Aiduchi, gli ussari che ai tempi dell’assedio si erano ricoperti di gloria al servizio del gran re Vittorio.
Era più facile credere che i genitori fossero passati da queste parti con qualche carovana di gitani, e che se lo fossero dimenticati qui.
Sempre ammesso che la sua storia fosse vera, Gyorgy non aveva ereditato dal padre il coraggio e nemmeno la virtù guerriera. Ma aveva astuzia e faccia tosta, e nei vicoli della città vecchia come nelle bettole del Borgo Dora molti conoscevano le sue imprese, e ridevano degli imbrogli che aveva giocato a tanti parrucconi torinesi.
Ma la gloria è passeggera, e per tutti viene il momento di cadere nella polvere. Forse per Gyorgy era arrivato quel giorno.
Quando nell’osteria erano entrati i due uomini, gli altri avventori avevano capito subito che non era il caso di trattenersi oltre, e la sala si era svuotata nel tempo di un’Ave Maria.
Quei due cercavano Gyorgy e lo avevano trovato.
Si erano seduti al suo tavolo, e dovevano avere certo ottimi argomenti per convincerlo a non darsela a gambe.
Argomenti di acciaio ben affilato.
L’oste, da parte sua, si impegnava dietro il bancone a pulire i boccali, con le orecchie ben tese.
“…il mio stimato padrone, il signor Ghizzini, ha piacere di rammentarti che gli sei debitore di millecinquecento lire…” diceva una voce maschile, raschiante e senza emozioni.
“Oh, come potrei dimenticare i miei impegni di galantuomo? Potete assicurare che il signor Ghizzini avrà i suoi soldi quanto prima” rispose Gyorgy nella sua inconfondibile parlata cantilenante.
Si udì un colpo sordo, poi il suono come di un mantice svuotato, e una seconda voce, più cavernosa:
“Quanto prima è adesso, canaglia! Tira fuori i soldi, altrimenti…”
“Brunone… che mancanza di tatto! – di nuovo l’altra voce – Non si tratta in questo modo una persona onorata, un amico come il nostro Gyorgy”.
“Ben gentile, signor Biondino…” ansimò il gitano.
“Zitto. Il mio padrone ti aveva concesso dieci giorni di tempo per saldare il debito… e i dieci giorni sono trascorsi. Capisci che se si venisse a sapere che il signor Ghizzini è stato troppo buono con un debitore, qualcuno potrebbe approfittarne. Potrebbe prenderlo, come si suol dire, per il naso”.
“Nessuno avrebbe tanto ardire, ne sono sicuro…”
L’oste rimase immobile in attesa della risposta, indeciso sul da farsi. Chiamare gli sbirri? Non sarebbero comunque arrivati in tempo. Ma se fosse stato ammazzato un cliente nella sua osteria ci sarebbero state indagini. E se l’avessero costretto a chiudere?
“Brunone e io abbiamo pensato di darti una bella ripassata, proprio perché sei un amico.– diceva l’uomo che Gyorgy aveva chiamato Biondino – Così gli altri debitori, vedendoti, diranno: ‘se il signor Ghizzini ha ridotto così pietosamente un amico, che cosa farà a noi?’”
“Fareste tutti un pessimo affare, perché io avrò il denaro tra pochissimo. Sto per diventare ricco”.
Ci fu un istante di silenzio.
“Spiegati meglio”.
“Un affare sicuro, amici miei. Entro in società con madame Lussuria, alla Bonne Femme”.
“Caspita, mica male! – commentò Brunone, e sembrava sinceramente ammirato – E’ uno dei migliori bordelli della città”.
“Già. Ma ho l’impressione che per prenderti come suo socio Madame gradisca qualcosa di più concreto delle tue belle parole…”
“Non vi sfugge niente, signor Biondino, l’ho sempre detto…”
“… ma se non hai il denaro per noi, come fai ad averli per lei? Brunone, comincia a spezzargli il braccio sinistro”.
L’oste trovò la soluzione migliore al suo tormento.
Si inginocchiò dietro il bancone e chiese una grazia alla Madonna della Consolata. Se tutto si fosse risolto senza incidenti avrebbe fatto dire una Messa.
“Aspettate! Sto per firmare il contratto di matrimonio di mia sorella Mariana. Il suo futuro sposo è pronto a pagare per lei quattromila lire!”
Silenzio.
L’oste pensò che gli avessero piantato un pugnale nelle budella, a Gyorgy, e che lo stessero guardando morire. Cominciò a pensare se era meglio prima pulire il pavimento dal sangue o andare a chiamare gli sbirri.
Poi Brunone disse:
“E tu vorresti vendere tua sorella? Che bestia”.
“Ma come ti permetti? Ho trovato per Mariana uno sposo ricco, nobile, ricco… e nemmeno troppo brutto: la farà diventare una signora e non avrà più da guadagnarsi da vivere in modo disonesto. Quell’uomo è davvero innamorato di Mariana, la farà felice. – Gyorgy si schiarì la voce – Anzi, perché non facciamo un bel brindisi alla sua salute? OSTE!”
Sentendosi chiamare, l’uomo scattò su da dietro il bancone:
“Si, signore?”
“Portate una bottiglia del Barbera migliore. Non quella schifezza che versate di solito. I miei amici vogliono festeggiare con me!”
Mentre riempiva la caraffa, l’oste notò che tutto sembrava calmo.
Biondino, un giovane attraente dalla pelle chiara e i capelli color sabbia, sedeva a braccia incrociate con uno sguardo sospettoso. Di fronte a lui Brunone, un vero gigante, teneva una mano nascosta nella giacca, e con l’altra si grattava l’ispida barba nera. Biondino fece un cenno all’oste di posare la caraffa sul tavolo, poi tornò alla trattativa:
“Sta bene. E quando firmerete il contratto di matrimonio?”
Gyorgy indossava abiti di pregio, giacca e camicia di stoffa raffinata. Soltanto la scelta dei colori, sgargianti e un po’ scombinati, e il vistoso anello d’oro all’orecchio,  tradivano le sue origini gitane. I baffi e la barba sottile incoronavano una bocca sorridente, sotto un paio di occhi neri e astuti.
“Presto. Molto presto. – rispose, versandosi un bicchiere di vino – Sto aspettando Mariana, poi andremo insieme alla Reggia. Il mio futuro suocero lavora per il Re”.
I due sgherri si scambiarono un’occhiata, e anche l’oste comprese che Gyorgy era riuscita a farla franca. Ancora per un poco, almeno.
“Ci rivedremo presto, amico. – annunciò Biondino. Chissà perché, c’era da aspettarsi che l’avrebbe detto – Torneremo a riscuotere le nostre duemila lire”.
Gyorgy fece un sorriso nervoso:
“Ma non erano millecinquecento?”
“La vita costa cara. I prezzi salgono. E poi che t’importa, tra poco sarai ricco, no?”

***

Lungo la strada per la Reggia di Venaria, primo pomeriggio

“Spiegami di nuovo questa tua idea”, sbottò Mariana.
Era una graziosa fanciulla sui sedici anni, con fluenti capelli corvini che le scendevano fino alla schiena, e le vesti colorate che le disegnavano addosso un profilo snello e delicato come un giunco. Gli occhi verdi brillavano di freschezza e allegria.
Lei e Gyorgy camminavano ai bordi del lungo viale alberato che conduceva a Venaria, all’ombra fresca dei bianchi gelsi. Pochi erano sopravvissuti allo scempio di trent’anni prima, quando le armate francesi avevano occupato la reggia per farne il proprio campo invernale: ma il re Vittorio aveva ordinato che ne venissero piantati di nuovi, per restituire alle residenze reali la dignità e la bellezza.
“Sarà il capolavoro della mia carriera di truffatore, e ho deciso di prenderti come socia!” declamò.
“Questo l’hai già detto”.
“E che altro c’è da dire? Il cavalier Bernardo ti ha vista ballare al mercato di Piazza delle Erbe e ha creduto di riconoscere una donna che lui amò in gioventù, quand’era al servizio del Principe Eugenio in Ungheria. Si è convinto che tu sia sua figlia e ti vuole adottare”, aggiunse Gyorgy, facendo scivolare il pollice sull’indice davanti agli occhi della sorella.
“E’ ricco?”.
“Molto ricco. Ti giuro sulla mia testa che se concludiamo questo affare, tu potrai fare la signora per tutta la vita”.
“Per tutta la vita…” la ragazza sorrise pensosamente.
Gyorgy la guardò con affetto: la stava ingannando e lo sapeva.
A volte dubitava che fossero figli degli stessi genitori. O forse, semplicemente, se n’erano divisi i doni: a lei la bellezza e la grazia, a lui la mente e l’astuzia.
Mariana era troppo ingenua, si era invaghita di un cantastorie che si esibiva al mercato e non avrebbe mai accettato l’idea di un matrimonio. Era meglio metterla di fronte al fatto compiuto: una volta che avesse visto la sua nuova casa, i servitori, il lusso, i banchetti prelibati, avrebbe dimenticato lo strimpellatore.
E Gyorgy si sarebbe consolato con i debiti pagati e duemila lire in tasca, più che sufficienti a concludere l’accordo con Madame Lussuria e assicurarsi una vecchiaia tranquilla.
“Fidati di me, Luminita”. Le disse, chiamandola con il nomignolo che le dava da bambina. Piccola luce.
“Certo che mi fido di te”.
“E allora quando incontreremo il cavalier Bernardo lascia che faccia tutto io. Rimani in disparte, e quando ti chiamo vieni a mettere la tua firma sul contratto… ehm, sulla carta che dice che accetti di diventare sua figlia”.
“Gyorgy, dimentichi che non so leggere?”
“Questo non è importante” mentì. Buona parte del suo inganno si basava sul fatto che sua sorella fosse analfabeta.
“Come no? Se non so leggere non so neanche scrivere”.
“Basterà uno scarabocchio sul contratto”.
Lei sorrise, fiduciosa, e per un brevissimo istante Gyorgy si vergognò di se stesso. Gli passò in fretta.
Del resto, Mariana lo avrebbe ringraziato.
Dopo.

***

Reggia di Venaria, pomeriggio

“Bernardo, vi dico che è una follia!”
“Smettetela di ripetermelo, Edoardo, ho preso la mia decisione”.
Due uomini vestiti all’ultima moda passeggiavano lungo i vialetti dei giardini discutendo animatamente.
Bernardo indossava una giacca di broccato color panna e sorrideva con sguardo sognante. Edoardo era scuro d’umore e anche di abito: la giacca era di panno nero con eleganti bordature in oro.
“Come vostro amico e avvocato, non posso permetterlo. Ma è inaudito! Vorreste prendere in moglie una… una zingara! Cosa dirà di voi l’alta società?”
“Può dire quel che le pare, l’alta società. Non permetterò né a lei né a voi, di decidere della mia felicità”.
“Ma che razza di felicità può darvi una ragazza senza arte né parte, senza classe, senza…”
Bernardo lo interruppe prendendolo per le spalle:
“Edoardo, amico mio. Ho visto quella fanciulla danzare sulla piazza: si muoveva leggera come una cerbiattina, con un sorriso, uno sguardo… Edoardo, quella ragazza mi ha rapito il cuore… Sono un uomo largo di vedute, lo sapete. Non me ne importa niente della differenza di classe… ho deciso che sarà mia moglie!”
L’avvocato scosse la testa, incredulo, ma senza arrendersi:
“Una ragazza senza un minimo di cultura, poi… non saprà neanche leggere e scrivere”.
“Oh, no. Su questo sbagliate ancora una volta, mio buon amico. Mi ha scritto delle poesie, sentite…” e così dicendo infilò le mani nella giacca per estrarne un mazzo di lettere. Le guardò con devozione, sospirò e cominciò a leggere la prima:
“Anima mia, il mio piccolo petto non basta ormai più a contenere i battiti del cuore. Non penso che a voi: la notte mi apparite in sogno, di giorno vi cerco tra la folla e dietro ogni chioma spero si celi il vostro amato viso. Oh, crudele gentiluomo, che lasciate che una fanciulla si consumi senza il vostro amore. Ma no, scordavo la differenza del vostro stato. Io non sono che un’umile vagabonda e voi, divina gemma del mio firmamento, il più bel fiore dell’aristocrazia. E infine, se anche volessi, come potrei accusare il leone per il suo ruggito, il destriero per la sua potente corsa, il falcone per il suo volo maestoso? Pazza io ad amare un leone, un destriero, un falcone…”
Bernardo tornò a riporre le lettere nella tasca, poi si rivolse all’amico con un’espressione trionfante:
“Allora?”
“Allora la furbetta deve avere un poeta tra i suoi complici”.
“Il vostro sarcasmo non mi sfiora nemmeno. Queste lettere sono lo specchio di un cuoricino innamorato!”
“Innamorato del vostro buon nome. – replicò Edoardo, acido – E della vostra borsa, visto che suo fratello vi ha chiesto dei soldi in cambio del consenso alle nozze”.
Camminando, i due erano giunti alla cancellata di metallo che delimitava i giardini reali. Due robusti dragoni montavano la guardia, immobili, fissando di fronte con aria truce.
Bernardo si chiese se avessero ascoltato. Ma non gli importava nulla, anzi: che tutti sapessero quant’era felice e innamorato!
Gli dispiaceva tuttavia che il suo migliore amico non partecipasse alla sua gioia, anzi, che facesse di tutto per guastargliela. Certo, i suoi dubbi erano ragionevoli, ma questo perché non aveva potuto constatare di persona la buona fede della ragazza e del fratello: persone povere, ma oneste e genuine. Glielo si leggeva in viso!
“La ragazza contribuisce a mantenere la famiglia con i suoi spettacoli in piazza, mi sembra giusto risarcirli per la perdita…”
“La perdita… ah! Si faranno risate alle vostre spalle per anni, la vostra cerbiattina e suo fratello!”
I dragoni scattarono sull’attenti mentre i due galantuomini varcavano la cancellata e uscivano dalla Reggia.
“Vi proibisco di parlare in questo modo della mia futura moglie! – esclamò Bernardo, irritato – Ormai è deciso. Ho perfino iniziato i preparativi per il pranzo di nozze, chiamando a Venaria mastro Beccaccia, un artista della cucina”.
Edoardo sospirò, rassegnato:
“Vi costerà un occhio della testa, questa follia…”
“Vostra signoria Bernardo, carissimo!” esclamò una voce. Dal fondo del viale si vedevano arrancare un uomo e una ragazza dagli inconfondibili tratti zingareschi. Edoardo trovò nuova linfa per le sue preoccupazioni:
“Quello sarebbe il fratello della ragazza?”
“Un vero gentiluomo, malgrado la sua estrazione. – annuì Bernardo, che con occhi sognanti guardava l’oggetto del suo amore – Conosce le regole della buona creanza”.
“Gliele avranno insegnate in prigione. Bernardo, ho visto facce più oneste nelle aule di tribunale. Ve lo dico ancora una volta, rinsavite, ve ne prego!”
Se non altro questa volta si guadagnò l’attenzione dell’amico, che si voltò a fissarlo:
“E io ve lo dico ancora una volta, smettete di seccarmi. Da adesso in poi, vi prego di tacere e di non rovinarmi tutto” e così dicendo si avviò a braccia tese verso Gyorgy:
“Signor Gyorgy, mio futuro cognato!”
Impegnati com’erano, Bernardo a scrutare Mariana, Edoardo a guardare Bernardo, non notarono l’espressione di Gyorgy che si era riempita di panico al sentirsi chiamare cognato. Ma la ragazza, obbediente alle istruzioni del fratello, era rimasta in disparte e non aveva sentito niente.
“Allora, vostra signoria illustrissima… avete avuto ripensamenti?” chiese Gyorgy, stringendogli la mano.
“Al contrario. Sono più innamorato del primo giorno. Le lettere che mi avete consegnato da parte di vostra sorella sono davvero dolcissime. Che sensibilità, che dolcezza!”
Gyorgy annuì soddisfatto per i complimenti. E se li meritava tutti, dal momento che era stato lui a scrivere le lettere.
“La mia Mariana è una perla di ragazza. Vossignoria è un uomo molto fortunato, e per la mia famiglia sarà una grande perdita” aggiunse, chinando il capo.
“Come vi ho già detto vi darò un adeguato… indennizzo”.
“Sono molto obbligato, vossignoria”.
“Non dite niente: il mio impegno è una ben piccola cosa, rispetto alla gioia che mi date con il vostro consenso alle nozze. Ma vediamo di mettere nero su bianco. Il mio avvocato ha preparato il contratto di matrimonio”.
Il cavaliere fece un cenno all’amico, che si avvicinò con un’espressione tempestosa in viso e gli tese il documento. Bernardo lo aprì e gli lanciò una rapida occhiata, poi lo mostrò a Gyorgy:
“Se volete controllare, prima di firmarlo…”
“Non è il caso, siete un gentiluomo di parola”.
“Permettetemi di insistere”.
“In questo caso non vorrei scontentarvi, mio futuro cognato”. Lo zingaro diede una rapida occhiata al documento, il tempo necessario a trovare la parole ‘indennizzo alla famiglia’ e ‘quattromila lire’:
“Va bene, va senz’altro bene. Leggere troppo mi dà fastidio alla testa” disse con una risata, facendo il gesto di porgere a Edoardo il contratto. Incontrò una mano che gli afferrò il polso, e uno sguardo gelido:
“Se il signore permette, gli vorrei leggere in privato alcuni punti del contratto che devono essergli sfuggiti”.
Gyorgy fissò Edoardo e si rese conto che era fatto di ben altra pasta. Era chiaro che sospettava una truffa: era un avvocato e le truffe erano il suo mestiere. Del resto, sarebbe stato degno della sua razza infame aggiungere una postilla al contratto che ne annullasse le condizioni. Meglio rileggere il tutto con più attenzione.
“Perdonatemi, vossignoria” rivolse un inchino a Bernardo e lanciò a Mariana uno sguardo attento, facendole cenno di aspettare. Poi seguì Edoardo poco distante, pronto alla tenzone.
Bernardo riuscì a trattenersi per pochi istanti, poi si avvicinò a Mariana con un sorriso ebete stampato sul volto:
“Buongiorno damigella”.
“Buongiorno messere. – la ragazza fece una graziosa riverenza – Mio fratello mi ha parlato del vostro interessamento per me, non vedevo l’ora di conoscervi”.
“Anche io desideravo potervi parlare, ed… ehm… guardare così da vicino”. Bernardo cominciò a farsi aria col tricorno. Non si era reso conto che la giornata fosse così calda!
Ci fu un attimo di imbarazzato silenzio, poi Mariana disse:
“Sono molto onorata che vossignoria voglia prendersi cura di me”.
“Che delizioso modo di esprimervi che avete. E così vostro fratello vi ha detto delle mie intenzioni?”
Lei annuì, sorridendo:
“Mi ha detto tutto”.
“Oh… e voi… accettate la mia proposta?”
“Certamente, io sarò felice di entrare nella vostra casa”.
Bernardo si sentì gonfiare il cuore dalla gioia, avrebbe voluto gridarla. Ma ricordò che si trovava a pochi passi dalla Reggia, dove tutti avrebbero potuto sentirlo e vederlo. In fondo, trattenersi era un piccolo sforzo, e si accontentò di prendere la mano della ragazza per baciarla:
“Voi mi avete reso l’uomo più felice del mondo! Oh, gioia! In attesa che torni vostro fratello, eccovi un piccolo pegno della mia devozione” e così dicendo le porse una lettera.
Mariana la prese tra le dita, impacciata:
“Eh… cos’è?”
“Un breve sonetto che ho composto per voi. Le rime sono un po’ rozze… ma spero che leggendole sarete tollerante”.
La ragazza abbassò gli occhi, imbarazzata:
“Perdonatemi, non posso”.
“Non potete essere tollerante con me?”
“No… non posso perché non so leggere”.
Bernardo fece una risata intenerita e tirò fuori dalla tasca il tanto amato fascio di lettere:
“Oh, oh, oh! Birichina, voi vi volete burlare di me. Se non sapete leggere, chi avrebbe scritto queste deliziose poesie d’amore?”
“Non lo so. Forse mia madre… la signora che avete incontrato in Ungheria tanti anni fa?”
“Non sono mai stato in Ungheria. – Bernardo si sentiva gelare man mano che il quadro gli si rivelava – E vostro fratello mi ha detto che le lettere le avete scritte voi…”
“Ma io non so scrivere!”
Mentre Mariana e Bernardo scoprivano pian piano di essere entrambi vittime di un inganno, Edoardo svelava le sue carte nel tentativo di salvare l’onore dell’amico:
“Ho capito il vostro gioco, bellimbusto. Con gente della vostra risma ho a che fare tutti i giorni in tribunale. Voi mirate ad arricchirvi alle spalle del mio amico, non negatelo”.
“Queste insinuazioni non vi fanno onore”.
“Non parliamo di onore, ma di denaro. Bernardo è pronto a pagare quattromila lire per sposare vostra sorella. Ebbene, io ve ne darò seimila… seimila lire per prendere vostra sorella a servizio nella mia casa di campagna”.
Gyorgy spalancò gli occhi. Di tutto si sarebbe aspettato, tranne che la conversazione prendesse questa piega:
“E perché lo fareste?”
“Non pretendo che comprendiate valori come l’amicizia e la dignità. Vi bastino le seimila lire. Sarete più ricco di quel che pensavate di essere a spese del mio amico. Allora?”
Nel silenzio, si udiva soltanto lo stormire degli uccellini sulle fronde tutto intorno. Un cavallo nitrì nelle vicine scuderie.
Edoardo aspettava, trionfante, man mano che vedeva il dubbio farsi largo nei lineamenti del truffatore:
“Allora?”
“Allora… dico che la felicità di Mariana vale molto di più”.
“Non abusate della mia generosità, sono pronto ad offrire fino a…”
“Non mi importa. Voi volete comprare una schiava per la vostra casa. Io voglio che Mariana vada in sposa a un uomo che la ama e che la farà felice”.
Voltò le spalle a Edoardo e soltanto allora si accorse che Mariana stava parlando con Bernardo. Le espressioni dei due erano decisamente ostili. Qualcosa era andato per il verso storto.
“Vedo che avete fatto conoscenza…” esordì, con un sorriso finto. Gli rispose Mariana, una furia scatenata:
“Sì, proprio in tempo, canaglia e mascalzone!”
“Perché?”
“Perché hai cercato di imborgliarmi!”
Bernardo si trovò nel bel mezzo di una lite familiare, imbarazzato, incredulo e indeciso se cercare di separare i due fratelli, dire la sua o far finta di niente.
“Io non volevo imbrogliarti!” diceva Gyorgy.
“Ah, no? E allora, il matrimonio?”
“Una sorpresa per te!”
“Una sorpresa? Tu volevi darmi in sposa a questo babbeo, – gridò indicando Bernardo, che sobbalzò per la sorpresa – senza chiedermi cosa ne penso?”
“Perché questo babbeo aveva fretta di concludere il contratto e io non avevo tempo di chiederti un’opinione”.
“Però a questo babbeo tu hai avuto il tempo di chiedergli quattromila lire di indennizzo!”
“Ingrata! Questo babbeo è molto ricco e ti farà vivere da signora per tutta la vita. Che male c’è se io ci ricavo qualche soldino?”
“BASTAAA!”
Bernardo ristabilì il silenzio con un urlo. Era tutto rosso in viso, e stringeva i denti per la collera:
“Sapete cosa vi dice questo babbeo? Che potete andarvene al Diavolo tutti e due!”
E così dicendo raggiunse Edoardo, gli prese dalle mani il contratto di matrimonio e lo strappò in tanti piccoli pezzi. Poi voltò le spalle fieramente e tornò verso la cancellata.
I due dragoni di guardia erano sempre lì, in apparenza immobili, ma c’era l’ombra di un sorriso sotto i folti baffi.
Edoardo raggiunse l’amico di corsa e lo prese sotto braccio:
“Ah, Dio sia lodato! Sono felice che vi siete reso conto da solo che quelli erano due imbroglioni da strapazzo. Vi siete comportato benissimo, Bernardo, benissimo! Sono fiero di voi!”
Dopo un attimo di silenzio, nello sforzo di trattenere orgogliosamente le lacrime, Bernardo scoppiò in un pianto disperato.
Al di là del cancello, Gyorgy aveva guardato il suo sogno di ricchezza prendere il volo come i brandelli di carta del contratto, trasportati via dal vento.
Accanto a lui Mariana rimaneva in cocciuto silenzio.
“Ehm… sono molto dispiaciuto, Luminita. Mi perdoni?”
Ricevette in risposta un ceffone, poi la sorella si avviò, sola, lungo il viale che la riportava in città.
Gyorgy non ebbe il tempo di pensare a come trovare rimedio al suo contrasto familiare.
Due cavalli arrivavano al galoppo da Torino, e i cavalieri in sella avevano un’aria familiare. Un biondino dalla faccia angelica e un omaccione bruno con la barba.
La pace con Mariana poteva aspettare.
Meglio cambiare aria.
Almeno per un po’.

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2 Commenti

  • Racconto molto divertente. Personaggi frizzanti, vivi, molto “goldoniani”, tanto che sembra di assistere a una commedia.
    Lo stile è decisamente cinematografico, se ne potrebbe trarre un corto!

  • Ma che bel racconto! Molto gradevole, divertente, bellissimi dialoghi e un’ottima caratterizzazione dei personaggi. Una piacevolissima lettura :-)

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