Un uomo diventa improvvisamente cieco.
Il suo male improvviso si diffonde e molti, uomini donne bambini vecchi, diventano ciechi.
Il governo, nel tentativo di arginare il male, interna i ciechi in un vecchio manicomio.
Gli internati conducono le loro esistenze nel manicomio, fino a che un incendio li libera, o meglio li espone all’esterno: la città intera è diventata cieca, nessun soldato è lì ad intimarli di tornare dentro con il fucile alzato.
I ciechi del manicomio si riversano nelle strade della città, dove ad accoglierli è una folla immensa, di altri ciechi, ognuno si arrangia come può: è la caccia del cibo e dell’acqua, è dormire dove capita, è perdere la propria casa.
In tutto questo una persona sola ha mantenuto la vista, una donna, la moglie del medico, che vede dall’inizio alla temporanea fine del resoconto. Perché di un resoconto si tratta, di registrare i fatti accaduti in maniera lucida e attenta, di riportare alla ragione una vicenda insensata; un rapporto dettagliato, una minuta esposizione destinata ad informare. Su questa donna si concentra ogni cosa, è il punto focale: da lei dipendono le sorti di un’umanità dispersa e incerta – proprio in quei tratti che la rendono umanità -, su di lei si addensano i doveri e gli obblighi.
Il resoconto potrebbe essere bipartito per comodità: dal primo cieco all’incendio che brucia il manicomio la prima sequenza, dall’incendio al ritorno (apparente) della vista la seconda.
Un uomo diventa improvvisamente cieco e la natura di questa cecità è un mai visto prima: è un mal bianco, l’essersi immersi in un mare di latte, in un colore bianco uniforme e denso, in una tenebra bianca, dove è come se la notte non ci fosse. Dopo il primo cieco tocca agli altri: il ladro, il medico, la prostituta, il bimbo strabico; e poi tutti quelli che sono stati in contatto con questi primi malati, una rapida e inesorabile detonazione. I ciechi, e i presunti contagiati, vengono messi in quarantena, termine privo di senso, in quanto resteranno internati per un tempo indeterminato. E il tempo davvero si fa indeterminato all’interno del manicomio: ci si scorda di caricare gli orologi, le luci sono sempre accese e poi sempre spente al loro rompersi, il sonno e la veglia si regolano su altri ritmi, i ritmi della cecità. Per gli internati comincia la caduta dell’abbruttimento, scendono tutti i gradini dell’indegnità, tutti, fino all’abiezione. La sporcizia, il languore della fame, fornicare dove capita, svuotarsi dove capita, rubarsi il cibo gli uni con gli altri, i soprusi di ogni genere, la violenza, la violenza sessuale, l’omicidio. E anche se in tutto questo un ristretto gruppo di illuminati, guidato dalla vedente, continua – o meglio prova – ad agire ancora discretamente, come se queste persone non volessero abbandonare il pudore conseguenza della visione, la caduta è inesorabile, capillare, bestiale.
Quando l’incendio libera gli internati essi sono gettati ai margini di una città nera e sporca, e la cecità permane: tragica, grottesca, disperata. È il caos, l’orda primitiva, ma il mondo che circonda l’orda è cambiato, ed è spolpato, esaurito, cieco. La moglie del medico, sempre lei, guida il ristretto gruppo che le si è condensato intorno nella città perduta, li guida ciascuno alla propria casa, li veste, li nutre, li lava. Verrebbe la tentazione di accennare a una catarsi, a una catarsi imperfetta. La purificazione colpisce la moglie del medico e il suo gruppo nella forma delle acque purificatrici. È un rito che si svolge in due momenti. prima bevono insieme la prima acqua pura dopo molti mesi, quanto resta di un bottiglione mezzo pieno. Si beve nei bicchieri migliori, nella purezza del cristallo, e acqua entra nei corpi, e altra acqua ne esce, di lacrime. Poi le donne si lavano, strofinano lo sporco di mesi interi sotto una pioggia torrenziale, e mentre si lavano ridono.
La vista ritorna e la cecità finisce: l’interno delle palpebre del primo cieco modifica il proprio biancore offuscante in buio, e al buio subentra la vista, ritornano i contorni delle cose. Uno dopo l’altro i ciechi ritornato a vedere, sembra che tutto si concluda. Ma l’unica che la vista non l’ha mai persa ci avverte: Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.










In carica...



















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