Recensioni — 3 gen ’10 11:25

“Desperate Housewives” di Elena Romanello

Puntuali come lo scorrere delle stagioni sono arrivati su Rai due i nuovi episodi di Desperate Housewives, quinta stagione, dove rispetto alla stagione precedente è stato introdotto un espediente narrativo insolito: non si segue più l’andare dell’anno, ma si sono di colpo saltati cinque anni, per permettere nuove evoluzioni dei personaggi creati da Marc Cherry.

Infatti le novità apportate al tran tran delle prime quattro stagioni, che sembravano aver stabilito ormai dei canoni fissi alle abitanti di Wisteria Lane, sono state notevoli: Bree è diventata una donna in carriera e una sorta di guru della cucina casalinga, Katharine, sua ex migliore amica, la detesta per alcune carognate che le ha fatto nella società di catering che avevano messo su insieme, Lynette deve fronteggiare la crisi di mezz’età del marito pizzaiolo e le turbe adolescenziali dei suoi figli, Gabrielle non è più la bella dedita allo shopping e all’evasione coniugale, ma la moglie di un non vedente senza molti soldi e la madre di due bambine con problemi di sovrappeso, mentre Susan ha visto per motivi tragici, che faranno da leit motiv alla stagione, finire la sua bella storia d’amore con Mike Delfino.

In attesa dei colpi di scena, che non mancheranno (del resto negli States sta andando in onda la sesta stagione, e si parla di un futuro della serie fino almeno al 2012, sempre che le interpreti non si stanchino prima!), coinvolgendo anche l’appena ritornata Edie Britt, con a seguito marito misterioso, non si può negare che Marc Cherry continua con questa serie a mettere sotto analisi e sotto critica una buona fetta della nostra società.

Una società fatta di villette lussuose e di drammi privati, di donne infelici ma con begli abiti, di conformismo e mancanza di valori, una società in cui bisognerebbe capire cos’è veramente importante, ma in cui non sempre è facile, perché subentrano mille altri motivi di disagio e di contrasto. Le storie delle protagoniste, in cerca di una felicità irraggiungibile, troppo rigide come nel caso di Bree e di Susan, o incontentabili come Gabrielle e Lynette che non possono accontentarsi di essere solo mogli e madri, sono emblematiche e dimostrano una delle tante sfaccettature ambigue del sogno americano.

Tutto questo oltre alle trame, che mescolano abilmente commedia, dramma, giallo e umorismo nero, con colpi di scena che stranamente non sembrano risentire del peso degli episodi, come spesso succede in tante serie televisive, in cui prevale la sindrome del Ma sti sceneggiatori non sanno più che inventarsi!

Di idee evidentemente ce ne sono ancora tante, e abbastanza valide. Speriamo non vengano meno da qui al 2012.

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