Recensioni — 29 apr ’10 15:54

“Gli amabili resti di una creatura del cielo” di Elena Romanello

Quindici anni fa il regista neozelandese Peter Jackson si impose all’attenzione internazionale con Creature del cielo, storia vera trattata tra realismo e fantasia di un crimine scioccante che sconvolse la Nuova Zelanda puritana degli anni Cinquanta. Adesso, dopo aver diretto i tre kolossal ispirati a Il signore degli anelli di Tolkien, torna a raccontare un’altra storia al femminile tra crimine e fantasia con Amabili resti, dall’omonimo romanzo di Alice Sebold.
Juliette Hulme e Pauline Parker, le protagoniste realmente esistite ed ancora viventi sotto altro nome di Creature del cielo (una delle due è la popolare autrice di thriller vittoriani Anne Perry) erano due ragazze fantasiose, anticonformiste, piene di vita, ma incapaci di dare la giusta misura ai loro sogni e alle loro aspirazioni, al punto di perdere il contatto con la realtà e con un sentire comune, uccidendo la madre di Pauline che sentivano come un ostacolo alla loro relazione che pare, e Jackson prendeva per buona questa teoria, fosse omosessuale.
Susie Salmon, come il pesce come dice lei stessa, personaggio fittizio ma ricalcato dall’autrice su se stessa, vittima di uno stupro quando era ragazzina, è vittima anziché carnefice, sognatrice e desiderosa di un futuro e di una vita, professionale, con la sua famiglia, d’amore, che non potrà mai avere per il gesto criminale del vicino di casa, che si scoprirà essere un serial killer inafferrabile. Due storie non uguali, certo, ma speculari, tra sogni e crudeltà, sangue e fatalità, realizzate dal regista unendo realismo, ricostruzione d’epoca, suspense ed effetti speciali.
Ma i risultati sono opposti.
In Creature del cielo il tutto, l’atmosfera soffocante a casa e a scuola, la ricostruzione d’epoca tra le canzoni di Mario Lanza e i film di Orson Welles, il crescendo di tensione verso il delitto, la storia d’amore tra le ragazze e il loro Quarto Mondo, microcosmo fantasy ricco di pulsioni anche erotiche, era tutto perfetto e perfettamente funzionale alla trama. Non c’erano sbavature, non c’erano cose di troppo, tutto concorreva al risultato finale di un ottimo film, dove spiccavano anche le ottime interpretazioni degli attori, a cominciare dalle giovanissime Kate Winslet, proiettata poi verso una delle carriere più interessanti tra le attrici contemporanee, e Melanie Lynskey, che ha avuto per ora meno fortuna.
In Amabili resti abbiamo un’ottima ricostruzione d’epoca e come atmosfere e come ambienti, una tensione sia prima che dopo il delitto intorno all’assassino con un paio di sequenze davvero efficaci, un quadro toccante di tragedia familiare, il tutto rovinato da un uso superfluo, eccessivo e anche un po’ gratuito degli effetti speciali. Se il Quarto Mondo era lo specchio della follia e della fantasia di Juliette e Pauline, qui il Paradiso stereotipato in cui Susie si trova a vivere in attesa di staccarsi definitivamente dal nostro mondo con serenità, è decisamente irritante, pieno di luoghi comuni, tra alberi che si spogliano e si rivestono di foglie e fiori, voli di uccellini cantanti, prati, danze di altri spiriti beati. E tutto il pathos, la tragedia, la tensione che c’è in questa storia di una vittima innocente viene rovinato dagli effetti speciali, tra gazebi ottocenteschi e fari nella notte. Peccato, perché per molte cose poteva funzionare, non solo per gli interpreti, anche se è facile augurare a Saoirse Ronan una carriera modello quella della Winslet e se Stanley Tucci caratterizza uno dei villain più inquietanti di questi ultimi anni, vero orco metropolitano e insospettabile.
Forse Peter Jackson è rimasto fagocitato da un meccanismo che vede negli effetti speciali la soluzione a tutti i film, un arricchimento necessario: peccato che in Amabili resti impoveriscano il tutto, rendendolo confuso e facendo arrivare alla chiosa finale, all’augurio di una vita lunga e felice di Susie, creatura ormai libera di volare in cielo dopo che la sua famiglia ha trovato un equilibrio e il suo carnefice ha pagato, senza commozione. Come invece ci si commoveva sapendo, alla fine di Creature del cielo, che quelle due tenere assassine vittime di un amore troppo grande e di una società troppo oppressiva, hanno potuto uscire dal carcere dove erano state condannate all’ergastolo a patto che promettessero di non incontrarsi mai più.

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