Recensioni — 18 mar ’10 09:25

“La prima cosa bella” di Elena Romanello

GLI AFFETTI SPECIALI DELLA PRIMA COSA BELLA

Non ha avuto paura di uscire lo stesso week end di Avatar, Paolo Virzì, con la sua ultima opera, La prima cosa bella: è anche se il concorrente in 3D è imbattibile per ovvie ragioni di marketing e diffusione sul mercato, ha saputo difendersi bene, proponendo una storia di affetti speciali piuttosto che di effetti speciali, sussurrata invece che urlata, in colori e musica che riecheggiano un passato così lontano anche se in fondo ancora vicino piuttosto che in rutilante 3-d.

Non è la prima volta che il cinema si interroga sulla morte dei genitori: e Virzì, tornando nella sua Livorno per darne un’immagine insolita, fatta di lungomare e di case antiche di pescatori, lo sceglie di fare mettendo al centro di tutto la figura di una madre speciale, ingombrante per i suoi figli, a volte imbarazzante, ma capace alla fine di riconciliarli con lei, con se stessi, con la vita in generale.

Anna Michelucci, mamma troppo bella all’inizio degli anni Settanta, cacciata via da un marito che poi continua a frequentarla di nascosto, amata per tutta la vita dal vicino di casa che sposerà in punto di morte, suscita sentimenti contrastanti nei suoi due figli, l’intellettuale Bruno e la precoce Valeria. Bruno preferisce distaccarsi da lei, andando al Nord a mettere a frutto la sua laurea in lettere, salvo poi essere incapace di costruirsi una vita con la fidanzata e andare a dormire nei prati vicino ai pusher. Valeria le rimane accanto, ma si butta in un matrimonio e in una maternità precoce per sottrarsi, almeno parzialmente, alla sua influenza.

La malattia di Anna, ancora capace di scappare dall’ospedale per godersi un film strappalacrime, lei che sognava di fare l’attrice e aveva fatto la comparsa in La moglie del prete di Dino Risi, riunisce i due figli e li mette di fronte al ruolo che questa madre, ingombrante e adorabile, ha avuto nella loro vita, e li porta a ridefinire se stessi, a portare con loro un po’ di questa gioia di vivere, di questa incoscienza spensierata, che la madre aveva dentro di sé e metteva, spesso anche sbagliando, in tutte le cose della vita.

Si possono dire tante cose su questo film, riflessione sul ruolo di una donna da un lato troppo in anticipo sui suoi tempi dall’altro troppo schiava di certi schemi, viaggio nella famiglia anche insolita e allargata, ammortizzare sociale assoluto nel nostro Paese e responsabile in larga parte, nel bene e nel male, delle scelte individuali in età adulta, specchio dell’evoluzione relativa di una società, dalle reginette di bellezza che faticavano a trovare un lavoro onesto alle precarie di oggi. Ma tra commozione, canzoni d’epoca, spiagge primi anni Settanta, flirt anni Ottanta e drammi e speranze del nuovo millennio, la storia funziona, amara e tenera, divertente e tragica, come molta della commedia all’italiana classica.

E se Claudia Pandolfi e Valerio Mastrandea sono bravi ad interpretare i due insicuri figli di Anna di inizio Millennio, emblema di una società che spesso non riesce a ritrovarsi, e Micaela Ramazzotti se la cava niente male come bellona di quarant’anni fa, la mattatrice di tutto è Stefania Sandrelli, la mamma in fin di vita ma ancora piena di vita, capace ancora di innamorarsi, di dire la sua, di voler vivere fino in fondo. E per certi aspetti la sua Anna verso la morte sembra la versione anziana di alcuni personaggi interpretati dalla Sandrelli quando era giovane, la Angela di Divorzio all’italiana, la Agnese di Sedotta e abbandonata, la Adriana di io la conoscevo bene.

Una mamma oggetto di affetti speciali, che consiglia senza essere pedante, che ha vissuto e vuole vivere, che cerca di dare ancora un po’ d’amore ai suoi figli, che l’hanno amata e detestata, in un quadro dolce amaro, dove tra canzoni, ricordi e presente si cerca di capire l’importanza di vivere e di amare al meglio, malgrado tutto, nonostante tutto.

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