Recensioni — 7 apr ’10 19:53

“L’antieroe Gregory House” di Sebastiano Sacco

Una descrizione: “medico di una serie televisiva, mette quotidianamente il proprio Io cinico, cattivo al servizio del buono, del bene”.
Ce ne sono tanti, d’accordo, ma il primo che vi salta in mente?
Forse sarebbe bastato “medico di una serie televisiva”. Ma comunque giusto, Gregory House.
E sapete perché? Perché chi segue (soprattutto chi di rado) il mezzo televisivo free ne è piuttosto coinvolto, tanta è la pochezza della maggior parte dei palinsesti.
Dalla prima serie? Dalla seconda? Non importa. Si è inchiodati, nel seguire le gesta del Dottor House, seduti su una sedia o una poltrona come sdraiati su un lettino. Un lettino posto al centro di un cinema senza altri spettatori. Perché l’epica del nostro nelle corsie del Princeton Plainsboro Teaching Hospital può, forse come poche altre serie televisive, definirsi cinema. E in questo cinema, in un certo senso, si è pazienti.
Chi scrive le avventure, i casi del perfido dottore tutto questo lo sa. Come anche sa che “l’imperfezione” della sua barba, dei suoi modi, dei suoi abiti e del suo stile contraddittorio piace. Come piace il mondo di Q. Tarantino, ad esempio, perché quell’ironia strampalata alla base della sua eccellente regia, della sua narrativa filmica, disegna personaggi dai quali non immagini cosa aspettarti. E che per questo ti sorprendono, molto spesso “vittime” disorientate dalle vicissitudini. Antieroi che vagano tra il “bene” ed il “male”, tra yin e yang, con sconcertante umanità.
E antieroe è anche House.
Agganciato all’immancabile bastone, alle sue pillole dell’oppiaceo Vicodin, si, ma soprattutto frammentato tra i suoi stati d’animo, che lo portano a cospargere di giocattoli la sua scrivania da primario; ma anche, struggente e solitario, a suonare il piano a casa sua, regalando bellissime note ad un bicchiere di whiskey, unico amaro ascoltatore delle sue esecuzioni.
Oppure a proporsi ambiguamente alla dottoressa Cuddy o a qualsiasi altra donna transiti nell’ospedale, attraverso allusioni da caserma, e allo stesso tempo a saper parlare di Vita, Amore, Passione, Ossessione ad un paziente la cui esistenza sta tristemente dissolvendosi, o è appesa ad un filo.
Perché queste ambiguità sono caratteristiche del personaggio interpretato da Hugh Laurie lo si scopre facilmente, dando uno sguardo alla biografia.
La scheda di Greg House ci rivela ad esempio che egli porta con se il frutto di brusche punizioni paterne, durante l’infanzia, contrapposte ad un forte amore da parte de e per la madre.
Ancora, ci viene spiegato il forte amore provato per l’avvocato costituzionalista Stacy, che si spezza però dopo che quest’ultima lega inconsapevolmente, nell’esercizio della sua procura medica, il proprio amato al dolore della gamba per la vita.
Lo stesso modo di curare i suoi pazienti, con completo, cioè, disinteresse (apparentemente) per la vita del paziente, ma con interesse quasi maniacale per i sintomi riscontrati, è un’ottima testimonianza dell’ambiguità di cui sopra.
Greg House, in fondo, è alla ricerca di una cura. Una cura alle rare diagnosi che spera perennemente di scovare fra i suoi pazienti. Ma anche una cura per il suo animo fragile, che dondola tra i suoi giorni come un’altalena meccanica e inarrestabile. E risolvere i casi medici a cui il suo ruolo di medico lo sottopone, trasmigra metaforicamente nella ricerca del senso. Una ricerca condotta con l’intuizione, con l’intelligenza, con l’umanità. Mascherate spesso (in e yang) da passività, stupidità, cinismo.
Un personaggio che ha saputo dare fortissima linfa vitale ad un genere, quello del serial televisivo, e che ha prodotto altrettanto interessanti derivati, essendo ottimo derivato a sua volta, da quali fonti ne discuteremo altrove.
Un novello Sherlock Holmes dell’arte di Ippocrate, come da più parti sottolineato, ma anche un Pinocchio che (ancora apparentemente) non ascolta il suo Grillo parlante, primo fra tutti incarnato dal personaggio di James Wilson.
E forse, più di ogn’altra definizione, il burbero Dottor House ci piace perché è metafora (di se stesso) e specchio (dei suoi spettatori).

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