“20 settembre 2011 – Terremoto dell’Aquila: processo a un sistema?” di MalKo

Teremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. Trecentootto vittime. Il procuratore capo del tribunale dell’Aquila Alfredo Rossini avvia le indagini. Il PM Fabio Picuti mette sotto accusa i sette componenti della commissione grandi rischi. Il gup, Giuseppe Romano Gargarella rinvia a giudizio gli esperti con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni con riferimento al terremoto. L’udienza è stata fissata per il 20 settembre 2011. Nelle aule del tribunale ci saranno oltre agli accusati le famiglie delle trecentootto vittime. Come sempre succede in questi casi, l’opinione pubblica si è divisa fra colpevolisti e innocentisti. Sulle pagine di giornali e blog abbiamo letto sull’argomento di tutto e di più.  Molti commenti ironizzavano sul fatto che si manda a processo gente che non ha predetto il terremoto… come se fosse possibile prevederlo, aggiungono ironici e beffardi.  Una vera boutade dicono altri, una caccia alle streghe senza precedenti.
C’è chi invece punta il dito contro i membri della commissione grandi rischi perché nella sgangherata e affrettata seduta del 31 marzo 2009, senza avere elementi e riscontri obiettivi che inducessero alla calma, i luminari hanno rilasciato dichiarazioni rassicuranti della serie: beviamoci sopra!  Se sarà dimostrato che anche una sola delle trecentootto vittime è rientrata in casa quella fatidica notte perché ha creduto negli esperti inviati lì da Bertolaso, ben venga il processo e sia fatta giustizia di una scienza forse un po’ troppo legata alle esigenze della politica e dei finanziamenti, e un po’ troppo vanitosa per dire che ancora sussistono limiti alla conoscenza.
L’interno della Terra, infatti, non è visionabile direttamente. Degli oltre seimila chilometri di raggio terrestre, si è riusciti a scendere nel sottosuolo e con le trivelle solo per una decina di chilometri. Questo significa che si conosce l’interno del Pianeta attraverso rilievi indiretti e studi analitici. Le variabili però, quelle che caratterizzano un prodotto per niente omogeneo e dinamico, sono ancora oggetto di studio: l’obiettivo della previsione dei terremoti quindi, ha ancora tempi lunghi, anche se saremmo ben lieti di sbagliarci nel pronostico.
La catastrofe dell’Aquila è stata pur con i suoi carichi di lutti, un esempio illuminante su come non si gestisce una situazione di crisi. L’informazione che toccava al sindaco fu gestita da Boschi, Barberi e De Bernardinis. Il mondo scientifico avrebbe dovuto limitarsi in quell’occasione a dire che i dati allarmistici del tecnico Giuliani non avevano riscontri scientificamente inoppugnabili, e non rappresentavano quindi una certezza previsionale dei terremoti. D’altro canto però, avrebbero dovuto aggiungere che la scienza non può escludere il verificarsi di un sisma. Affermazione questa, che da sola forse sarebbe stata sufficiente per far scattare, secondo i dettami del principio di precauzione, misure cautelative adeguate, magari consistenti anche in una semplice prudenza comportamentale.
Il sindaco poteva, attraverso la sua sensibilità e il suo ruolo di autorità locale di protezione civile, assumere iniziative di tutela e di conforto per arginare l’allarme sociale in netta crescita in quei giorni, magari rendendo disponibili ricoveri all’aperto gestiti attraverso un comitato operativo comunale (COC), che avrebbe curato anche l’informazione. Un fare questo però, che non s’improvvisa sul campo e può essere una realtà operativa di supporto solo se all’interno del comune fosse già radicato un modello organizzativo di protezione civile con ufficio e preposti e piani d’emergenza completi e classificati per rischio.
L’organizzazione in questo caso avrebbe visto al tavolo consultivo la partecipazione pure dei tecnici verificatori dei vari enti (Comune, Vigili del Fuoco, volontari, ecc…) che, snocciolando dati sulle verifiche statiche dei fabbricati, effettuate numerosissime in quei giorni, avrebbero potuto dare un quadro realistico della situazione di vulnerabilità degli edifici, consigliando magari l’adozione di misure di tutela forse in controtendenza con le generiche rassicurazioni  date dagli esperti nella fatidica riunione del 31 marzo 2009.
Il sindaco non è da escludere che non  avesse questa organizzazione alle spalle. Da qui la sovraesposizione della commissione grandi rischi che ha assunto ruoli non suoi, occupando spazi per surroga e dovrà quindi rispondere del suo operato.
Siamo sicuri che al processo si cavillerà molto, tanto sulle competenze del dipartimento quanto su quelle della commissione grandi rischi e del sindaco. Si dirà che non c’era un’emergenza conclamata e gli esperti erano lì per un consulto non vincolante rispetto alla decisione ultima di tutela che doveva essere presa dal sindaco.
Il processo dovrà portare luce sull’argomento. Tanta luce, partendo da Roma… e già prima della data del 31 marzo 2009.
Un processo che dovrà soddisfare un bisogno impellente di verità, perché ci sono tante zone d’Italia a rischio. Un processo che riguarda anche un modus operandi, non solo italiano, di distorcere i concetti scientifici per non allarmare, accettando calcoli probabilistici  sulla pelle degli altri.
I sindaci incomincino a guardarsi intorno e a riflettere sul fatto che la legge li individua come autorità locale di protezione civile. Contemplino allora la necessità di predisporre un sistema ben organizzato di tutela che affondi le sue radici nelle politiche di prevenzione e non solo sulle organizzazioni di volontariato che rappresentano solo un tassello della sicurezza.
Il mondo scientifico istituzionale, faccia grandi passi indietro in termini di potere e protagonismo. La scienza deve abbattere gli alibi e non sostenerli. Si rivaluti la ricerca poi: quella vera, e si  rimanga per logica nei solchi di competenza.  Si dica inoltre e a chiare lettere e con forza che l’analisi del territorio e la pianificazione dello sviluppo sostenibile sono le matrici da utilizzare per garantire ad ogni cittadino l’imprescindibile diritto alla sicurezza. Un argomento quest’ultimo che comporta di fondo la necessità di mollare un po’ di business…siamo pronti?

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