“Terremoto per terremoto: condannata la commissione grandi rischi” di MalKo

Sulla città dell’Aquila il giorno 6 aprile 2009 si abbatté un terremoto che procurò 309 morti e moltissimi feriti. Un terremoto per molti versi preannunciato, ma non è una regola, da sciami sismici a bassa energia con un trend al rialzo.

I sussulti litosferici furono oggetto di grande apprensione fra la popolazione con un sindaco particolarmente preoccupato per i tremori, che oltre a mettere ansia procuravano pure crepe sui muri. A una situazione per molti versi già surreale, si dovettero aggiungere gli allarmi lanciati a torto o a ragione dal tecnico Giampaolo Giuliani che, analizzando i valori di radon, si lasciò andare a una previsione di forte terremoto in arrivo. I cittadini erano quindi particolarmente disorientati. Volevano sapere cosa stesse accadendo e cosa bisognava fare. La situazione incominciava a essere davvero incandescente. Il dipartimento della protezione civile era sbilanciato in quel periodo sui grandi eventi della Maddalena piuttosto che sui grandi rischi. L’Aquila rappresentava con tutti i suoi timori una spina nel fianco per le febbrili attività organizzative del G8.

Bertolaso fu molto infastidito dal profeta di sciagure Giuliani, tant’è che sbottò chiedendo una punizione esemplare per gli imbecilli che seminano panico. Il tecnico fu quindi denunciato per procurato allarme.

Il leader indiscusso della protezione civile, per tranquillizzare gli aquilani decise allora di inviare in loco la commissione grandi rischi annunciando in anticipo e telefonicamente all’assessore Daniela Stati, che cosa avrebbe detto il consesso di esperti all’indomani al termine della riunione. Vale a dire tranquillità per tutti e condanna mediatica per i ciarlatani.

I luminari Franco Barberi, Enzo Boschi, Bernardo De Bernardinis, Gian Michele Calvi, Claudio Eva, Mauro Dolce e Giulio Selvaggi, si prestarono al gioco del potente burattinaio. La riunione del 31 marzo 2009 durò circa un’ora e nella relazione finale si poté leggere esattamente quanto concordato tra Bertolaso e la Stati in anteprima il giorno prima. Purtroppo, dopo una settimana dal summit, L’Aquila fu dilaniata da un luttuoso evento sismico a forte magnitudo.

Il 22 ottobre 2012 è arrivata la sentenza: il giudice Marco Billi ha ritenuto i sette imputati appena elencati colpevoli di omicidio colposo e lesioni gravi affibbiando ai sette una condanna a sei anni di reclusione con annessa interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La colpa degli esperti appena citati, è stata quella di aver dato rassicurazioni agli aquilani, certamente non in linea con le conoscenze attuali sul fenomeno dei terremoti che, ovviamente, non si possono prevedere e non si possono escludere.

I cattedratici affermarono che lo sciame sismico scaricava energia dal sottosuolo e, quindi, era un fatto positivo perché “disinnescava” una scossa a forte magnitudo. Aggiunsero poi, che gli eventuali sussulti che si sarebbero potuti ripresentare, al massimo avrebbero scardinato qualche infisso o controsoffittatura.

Le incredibili rassicurazioni indussero probabilmente (sicuramente per il tribunale) più persone ad abbandonare i giacigli notturni di emergenza all’interno di tende e camper e a rientrare nelle case che poi gli rovinarono addosso.  Gli scettici invece, ignorarono le rassicurazioni e continuarono a mantenere un livello di cautela salvandosi.

In modo del tutto artificioso poi, ed è questo il dato più preoccupante, si sta tentando di far passare la condanna dell’Aquila come il risultato di un’inquisizione medievale contro un manipolo di scienziati rei solo di non aver previsto il terremoto. Una falsità giornalistica sospetta, messa in campo per promuovere un movimento d’opinione anche internazionale che salvi la reputazione dei cattedratici e soprattutto quella della cattiva scienza e coscienza che si mette al servizio della cattiva politica.

Qualcuno, come il ministro Clini e altri, si sono presi la briga di chiamare in causa addirittura Galileo Galilei e gli eretici; alla lista ci mancano ancora e allora gli untori, i tribunali dell’inquisizione e l’inquisitore generale Torquemada.

Era così chiaro lo svarione della commissione grandi rischi, che dopo neanche un mese dal terremoto pubblicammo l’articolo terrae motus, dove, attraverso un excursus senza larghi giri di parole, arrivammo alle conclusioni che oggi sono attualità giudiziaria. Temiamo che gli esperti chiamati in causa, magari in misura diversa, si siano piegati alla stizza di un potente senza arrossire…

Che Bertolaso fosse un esperto di operazioni mediatiche l’avevamo capito molto tempo prima del terremoto dell’Aquila con la storia del piano di emergenza Vesuvio. Un piano d’intenti generale spacciato per piano operativo di salvataggio grazie al disinteresse della popolazione e una platea di amministratori comunali con la coda di paglia, distratti e impegnati su tutt’altri fronti. Il mediatico Bertolaso trovò tra i suoi chi con fare rassicurante ripeteva in ogni programma televisivo e radiofonico le virtù del piano d’emergenza Vesuvio. Un piano invidiatoci addirittura dai giapponesi dicevano… Un piano illustrato anche all’estero… Un piano ricordato con enfasi anche da gettonatissime  trasmissione televisive di prima serata, che davano e danno ancora oggi per scontato la bontà del documento senza  prendersi la briga di sfogliarlo…  Un piano che dicono bisogna aggiornarlo… un piano che solo oggi affermano sia generale e che dovrà essere completato dai piani di dettaglio a cura dei comuni.

Anche il sobrio Prefetto Franco Gabrielli all’inizio pensava che il piano fosse riposto in qualche cassetto, poi avrà scoperto che il cassetto era un pacco alla napoletana. Non è certo colpa di Gabrielli, ma sarebbe il caso di dare un nome e un cognome ai problemi, perché il piano d’emergenza Vesuvio risale tra impegni e commissioni ad hoc, ai primi anni ’90.

La conclusione discorsuale è che non ci sono piani di evacuazione. Ergo, se oggi dovesse brontolare il buon vulcano Vesuvio, seicentomila persone sarebbero allo sbaraglio totale…

Se il dipartimento della protezione civile avesse detto che ancora non c’è uno strumento di tutela per i vesuviani, che si chiama piano di evacuazione e che è un’appendice a un piano d’emergenza, probabilmente la regione Campania non avrebbe tentato (per ridicolo) di far passare una legge che tenta di rimettere mano al cemento nella zona rossa. In forza della verità poi, più di qualche cittadino avrebbe rinunciato a insediarsi nella zona rossa, legalmente o abusivamente che sia.

Una certa solidarietà agli scienziati condannati è scattata da parte di alcuni enti collegati e anche dall’ufficio di presidenza della commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi, composta da Luciano Maiani, Zamberletti e Rosi. Si sentono disarmati per la sentenza che toglie serenità e per alcune defezioni. Consigliamo vivamente al presidente Maiani, dimissionario forse per poco, di dare un’occhiata dentro le Università per fronteggiare questo momento delicato, perché vivaddio la scienza in Italia non è singolare tesoro di una manciata di dottori.

Temiamo che la magistratura abbia ancora molto da lavorare…

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