“Campi Flegrei Deep Drilling Project” di MalKo

La questione del deep drilling project nei Campi Flegrei ha il merito di aver posto all’attenzione dei media e dei cittadini molti problemi ancora irrisolti che riguardano la scienza e la tecnica e la politica e il diritto alla sicurezza a fronte di calamità e catastrofi naturali o indotte dall’uomo.

Che cosa può succedere andando a perforare in profondità i Campi Flegrei? Nessuno lo sa con precisione! Potrebbero innescarsi microsismi, eruzioni di acqua, di vapori e poi di gas e fango o altro ancora o niente. La sicurezza ostentata dai promotori del deep drilling (Osservatorio Vesuviano), in un recentissimo messaggio dai toni duri e intimidatori rilanciato immediatamente dal sindaco di Napoli, ci pare poggi più sul ridimensionamento a un ottavo della perforazione che sulla reale conoscenza di un ambiente di fatto inesplorato.

Le trivellazioni, in parte profonde, se ne sono fatte in giro per il mondo, perché le prospezioni geologiche rappresentano il sistema d’indagine diretta del sottosuolo e forse ancora oggi sono la strada maestra per fiutare e captare le risorse minerarie e petrolifere ubicate a profondità sempre maggiori e purtroppo in luoghi sempre più ostili.

In area calderica si trivella poco perché rende poco se non c’è interesse geotermico. D’altra parte non è che chissà quante caldere ci siano. Almeno in Italia. Per questo motivo non c’è una corposa letteratura scientifica congrua e adeguata che possa orientarci nel labirinto dei dubbi legati appunto al progetto di perforazione profonda nei Campi Flegrei e agli eventuali rischi associati a quest’attività.

Nel nostro caso, infatti, ci par di capire che non ci sono elementi sostanziali e decisivi che possano porre la parola “fine” al dibattito pro e contro il foro crostale. Dobbiamo mettere insieme allora altri elementi. A favore della trivellazione ci sono esperti e istituzioni che affermano che l’operazione di perforazione è fondamentale per meglio comprendere le dinamiche del sottosuolo in caldera. A onor del vero e se vogliamo dirla tutta i titoloni sui giornali a proposito del deep drilling di Bagnoli, erano più sugli aspetti dello sfruttamento geotermico che sulla ricerca.

Chi avanza contrarietà al deep drilling project, lancia sul tavolo alcuni eventi inaspettati verificatisi nel mondo a causa proprio delle trivellazioni. Si parla soprattutto del vulcano Lusi in Indonesia che continua a eruttare fango. Un miscuglio che ha raggiunto i 18 metri d’altezza seppellendo interi villaggi. L’eruzione in questo caso dura da sei anni e gli esperti hanno calcolato che il rigurgito melmoso dal sottosuolo durerà per molto tempo ancora. Ebbene, i geologi sembrano concordare che lo spunto eruttivo lo abbia dato proprio una perforazione effettuata in quell’area e legata alla ricerca degli idrocarburi.

Una trivellazione a Basilea nel 2006 invece, connessa a un progetto di sfruttamento di energia geotermica, produsse addirittura un sisma locale di magnitudo 3,4. In questo caso la compagnia che gestì l’evento, avvisò in anticipo le autorità che potevano esserci dei tremori avvertibili dalla popolazione. Gli stessi tecnici però rimasero per primi sorpresi, dall’inaspettata intensità del sisma. Ovviamente i lavori alla centrale geotermica furono sospesi. C’è anche da dire che in quel caso alla trivellazione profonda, così come ha giustamente precisato nel comunicato l’Osservatorio Vesuviano, nel “buco” s’inoculò acqua ad altissima pressione.

Diciamo che questi due singolari episodi per energie in giogo e disagi alla popolazione, dovrebbero comunque aguzzare l’ingegno nel senso della prudenza.

Nel Golfo del Messico nel 2010 si persero 780 milioni di litri di petrolio da un pozzo che non si riuscì a chiudere subito, e una piattaforma finalizzata al deepwater andò letteralmente in fumo, si bruciò e s’inabissò perché dalle profondità del mare saettò in superficie una grossa bolla di metano che s’incendiò causando feriti e dispersi. Forse, anzi, sicuro non c’è similitudine con il progetto ai Campi Flegrei, se non nell’ostentata sicurezza dei perforatori che caratterizzò le operazioni di carotaggio in mare. Gli effetti di quell’inquinamento sono ancora in corso d’opera…

L’Osservatorio Vesuviano nel comunicato ha precisato che la perforazione che s’intende fare a Bagnoli Futura non andrà oltre i cinquecento metri. Una precisazione importante. Un grosso passo indietro. Bisognerà togliere il termine profondo dal progetto approvato dalle quattro commissioni internazionali cui bisognerebbe chiedere se nei loro paesi proporrebbero la trivellazione in una metropoli in parte giacente su una caldera attiva e vegeta e fumante.

Il tono del comunicato dell’INGV di via Diocleziano non ci è piaciuto. E’ secco e fa parte di quella cultura precedente dove si minacciavano denunce per procurato allarme e ritiro dei dati sismici online per ripicca contro i profeti di sventura.

Perforare non è rischioso dicono! Il rischio però, bisogna comprendere che è un fattore che si lega moltissimo a tanti altri elementi. Non è il risultato di un solo dato. Ad esempio il numero di persone esposte fa testo. Al crescere di questo numero è necessario riconsiderare i rischi che magari in partenza potevano essere tollerati. Esempio: in un’aula scolastica con 25 persone non si fanno modifiche alla porta. Se gli allievi sono 26, bisogna assicurare l’apertura delle porte nel senso dell’esodo. Eppure l’attività è la stessa… L’affollamento come si vede, non è un dato astratto.

Il rischio poi, è anche percezione, come il caldo. Lo sa bene il sindaco dell’Aquila che, nel 2009, ebbe la percezione del pericolo e il polso di una situazione che si stava avviando al dramma col rovinoso terremoto. Si fidò dei comunicati della serie nessun pericolo e dei ruoli istituzionali rappresentati dai massimi esponenti, a iniziare dall’INGV.

Questa perforazione oramai ridottasi drasticamente nelle proporzioni, comunque sarebbe eseguita in un’area densamente abitata con cittadini scettici che non mostrano particolare fiducia in un’istituzione che minaccia querele e che avrebbe forse operato con troppa disinvoltura nel tessuto urbano cittadino grazie a un via libera municipale dato evidentemente con troppa fretta o con superficialità o addirittura con un pizzico di malizia.

Un’attività estrattiva richiede è vero un piano di sicurezza tra l’altro ben strutturato dalla normativa che contempla pure le azioni da compiere nel caso dovesse eruttare il pozzo. Non è un problema dell’Osservatorio Vesuviano questo piano, ma della ditta esecutrice dello scavo e riguarda il cantiere, il datore di lavoro e il responsabile della sicurezza.

Dal nostro punto di vista non è che la perforazione porti una moratoria al rischio vulcanico nei Campi Flegrei. Chiedere il piano di evacuazione quindi,non solo è lecito e auspicabile,ma è un atto dovuto che va incontro al bisogno sociale di sicurezza. Un bisogno che dovrebbe essere soddisfatto dal sindaco e dal Dipartimento della Protezione Civile.

Che il Prof. Mastrolorenzo chieda, e da qualche tempo, che sia predisposto questo piano offrendosi a mille chiarimenti, ci sembra solo encomiabile.

Come esperti del settore siamo rimasti colpiti dalla partecipazione popolare dei cittadini a Bagnoli. Opera ovviamente favorita dai comitati locali cui ovviamente va il merito di fare prevenzione attraverso l’informazione. Nel vesuviano invece, non si muove foglia…

3 total comments on this postSubmit yours
  1. Questa perforazione non si è per niente “ridottasi drasticamente nelle proporzioni”. Se dopo i 500mt ci saranno tutte le condizioni, si arriverà molto più in profondità!!!

  2. Sono il Coordinatore del Progetto CFDDP. Vorrei fare alcune precisazioni, proprio per informare meglio sul progetto e fugare ogni possibile timore:
    1) Il tono del comunicato non era minaccioso. Invitava soltanto ciascuno (specie le persone ‘titolate’ di una certa competenza) a considerare le proprie responsabilità in relazione a dichiarazioni oggettivamente ‘sproporzionate’ oltre che ‘allarmistiche’, tra l’altro non fondate su una conoscenza diretta del progetto.
    2) Il punto fondamentale del comunicato, però, era il 7; ossia l’invito, a qualunque cittadino o organizzazione che avesse dubbi, timori o fosse comunque interessato, a chiedere informazioni direttamente a noi, l’Istituzione preposta. L’anomalia fondamentale che ha contraddistinto questa storia dall’Ottobre 2010 in poi è stata la completa assenza, da parte di molti giornalisti, di quei due-tre scienziati che paventavano rischi eclatanti, ma anche di molte forze politiche e movimenti, di una qualsiasi richiesta di informazioni all’unico soggetto che le aveva realmente, cioè l’Osservatorio Vesuviano. Si chiedeva a Iervolino, ad altre autorità e finanche al Presidente della Repubblica; poi a De Magistris, ma mai a noi, la naturale Istituzione a cui riferirsi. La stessa Iervolino nel 2010 chiedeva informazioni alla Protezione Civile Nazionale e non a noi (che siamo tra l’altro componente della Protezione Civile, e referente proprio per i rischi sismici e vulcanici delle aree Campane). Cosa che ha oggettivamente dell’incredibile.
    3) Il problema del mancato allarme a L’Aquila, nel 2009, ha riguardato la Commissione Grandi Rischi e NON, come erroneamente si riporta qui, l’INGV (e tanto meno l’Osservatorio Vesuviano, che è preposto alla sorveglianza dei vulcani napoletani e NON alla sorveglianza sismica nazionale).
    4) Per quanto riguarda il progetto, non è cambiato nulla; ancora una volta sono le informazioni ad essere lacunose. Il pozzo pilota da 500 metri (l’unico per ora pianificato ed autorizzato) è esattamente quello che dovevamo iniziare nell’Ottobre 2010 e che poi, per rispetto dei timori dei cittadini, mal informati dai media, abbiamo autonomamente deciso di sospendere (non è vero che Iervolino l’abbia fermato, noi non abbiamo mai ricevuto alcuna comunicazione in merito; i Comuni non sono neanche compresi nell’iter autorizzativo).
    5) E’ errato definire la nostra come ‘attività estrattiva’. Noi non estraiamo nè iniettiamo nulla. Facciamo solo carotaggi a scopo scientifico (estraiamo campioni di roccia). E’ qui l’equivoco fondamentale sul quale si è giocato un allarmismo assolutamente ingiustificato. Tutti gli esempi catastrofici forniti riguardavano attività ‘estrattive’ o di ‘iniezione’ di fluidi ad alta pressione. Tali attività, in linea di principio, possono generare terremoti o altro. Semplici carotaggi (ossia prelievi di campioni di roccia, senza prelievo o iniezione di fluidi) non alterano lo stato di sforzo in profondità, quindi non pongono questi problemi. Per inciso, paragonare i Campi Flegrei a Lusi è una grande bufala. I vulcani di fango sono ben individuati (ed abbastanza rari); in Europa non ce ne sono, e certamente non ai Campi Flegrei. Inoltre, il piano di sicurezza per il pozzo lo verifichiamo noi, in maniera estremamente stringente, perchè sappiamo di cosa parliamo ed abbiamo interesse a minimizzare (in maniera prossima a zero) anche il rischio di cantiere, ossia quello a cui sono esposti i lavoratori che lo effettuano. Un pozzo a soli 500 metri di profondità in genere viene fatto ‘scoperto’ (tecnicamente ‘ad aria’) ossia realmente come un ‘buco’ (e ce ne sono moltissimi, anche in zona, fatti proprio per calibrare le mappe geologiche). Noi, invece, lo abbiamo previsto, come si fa per i pozzi ad alta profondità, ‘chiuso’, ossia sempre in pressione con fanghi di densità di poco inferiore alle rocce, e con valvole che, all’occorrenza, chiudono ermeticamente il pozzo in una frazione di secondo.
    6) Che il Piano di Emergenza per l’area flegrea sia assolutamente necessario è condiviso da qualunque vulcanologo, me per primo. Ma non certo per il rischio dei carotaggi, bensì per quello vulcanico. Sono anni che lo chiediamo e lavoriamo per questo. Soltanto, non lo gridiamo ai giornali bensì alle Istituzioni preposte. E fra poco il Piano vedrà la luce (ossia sarà definito e pubblicizzato; ma non pensate che se un’emergenza avvenisse oggi non si saprebbe cosa fare; il primo piano di emergenza data dal 1984).

    In conclusione, per evitare ‘disinformazioni’ provenienti da soggetti che, magari anche generalmente preparati su argomenti geologici, non conoscono minimamente i dettagli del progetto (ma solo perchè a loro volta non li hanno mai chiesti nè hanno partecipato ai numerosi incontri scientifici sull’argomento), invitiamo di nuovo i cittadini interessati a rivolgersi a noi; siamo apertissimi al dialogo e lieti di informare sulle nostre attività, mirate alla ricerca scientifica ed alla mitigazione del rischio vulcanico. Noi, ossia l’Osservatorio Vesuviano, una delle più antiche Istituzioni scientifiche napoletane, primo osservatorio vulcanologico al Mondo fondato da Ferdinando II di Borbone.

  3. Egregio Professor Giuseppe De Natale.
    Secondo il mio modestissimo parere, Lei purtroppo sta raccogliendo innanzitutto la diffidenza che la popolazione ha accumulato nel corso di un po’ di anni contro quell’istituzione da Lei più volte richiamata che risponde e corrisponde al Dipartimento della Protezione Civile.
    Proprio perché l’Osservatorio Vesuviano è un organo che fa parte del sistema nazionale di protezione civile, non può essere parte terza in un diciamo per semplificare, arbitrato circa la bontà in termini di sicurezza di un importante progetto come il deep drilling. Troppi Enti erano assoggettati al noto dicastero e al suo sistema mediatico di estrema efficienza che poi tanto efficiente non era. O si era d’accordo o si beccavano minacce o generici cretini. So bene cos’è la commissione grandi rischi, tant’è che nell’articolo si richiama il ruolo istituzionale di alcuni soggetti, e all’Aquila era presente il massimo possibile dell’INGV se ricordo bene. Il termine estrattivo rientra nella genericità discorsiva del piano di sicurezza che dipende comunque dal datore di lavoro o da Lei se assume il ruolo appunto di responsabile della sicurezza. Per quanto riguarda i piani d’emergenza e d’evacuazione purtroppo non nutro il Suo stesso ottimismo per una serie di ragioni magari che possiamo trattare in seguito se Le interessa. Ovviamente il piano d’area non c’entra col piano di cantiere e col carotaggio se si escludono a priori rischi per il vicinissimo abitato. Gli esempi riportati circa alcune perforazioni effettuate nel mondo, non stavano nelle similitudini bensì nelle sorprese. Se facessi parte del comitato ristretto consultivo del sindaco di Napoli, chiamerei a un tavolo tecnico scientifico gli scienziati pro e contro il deep drilling, ma anche i referenti dell’AGIP che in zona trivellarono sul serio per carpire notizie utili per assumere appunto decisioni adeguate.
    Ovviamente non sono un geologo come Lei non è un tecnico per esprimersi sulla bontà dei piani d’emergenza e d’evacuazione che ancora non si vedono.
    Intanto questa rivista è a Sua completa disposizione per ospitare articoli, magari evitando un’articolazione a punti che ricorda sempre la bacchetta punitiva ovvero una perdita di pazienza.
    Il dipartimento della protezione civile è oggi retto dal sobrio Prefetto Gabrielli che recupererà la fiducia dei cittadini. L’Osservatorio Vesuviano è un’importante ed eccellente realtà napoletana che deve avere il polso delle esigenze cittadine, ricordando che il rischio è la somma di più fattori e non solo di quello geologico. Ovviamente recenti leggi circa la possibilità di mettere mano al cemento nella zona rossa Vesuvio demoralizza moltissimo e fa capire che il termine prevenzione e mitigazione del rischio vulcanico, sono solo parole senza senso che si passano di bocca in bocca…

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