“Rischio Vesuvio: Noè e l’ultima spiaggia…” di MalKo

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Il principale compito della commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani d’emergenza dell’area vesuviana per il rischio Vesuvio, è stato quello di individuare il tipo di eruzione da cui dobbiamo difenderci, perché non è stata assunta quella massima conosciuta per delineare gli scenari eruttivi di riferimento. Interpretare i segnali che ci giungono in superficie da quel mondo sotterraneo dove i magmi si costipano, si muovono e si rinnovano, non è facile per le innumerevoli variabili e interazioni che caratterizzano la chimica e la fisica delle rocce allo stato plastico. Quindi, non solo è difficile prevedere un’eruzione, ma è da vero azzardo stimarne l’intensità eruttiva e con essa il territorio su cui si potrebbero abbattere le fenomenologie vulcaniche più deleterie.

Alcuni ricercatori dell’INGV con l’avallo della commissione grandi rischi, hanno indicato l’evento eruttivo ultra stromboliano come quello più probabile nel medio termine, mentre il sub pliniano come evento massimo di riferimento.  La possibilità che possa verificarsi un’eruzione pliniana simile a quella che distrusse Pompei nel 79 d.C. o a quella di Avellino che 3800 anni fa sconvolse la plaga vesuviana, è stata letteralmente scartata: il grosso problema è che non ci sono basi deterministiche per farlo… Questa decisione scientifica è stata accettata e condivisa dagli organismi tecnici regionali e dipartimentali.

Il direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Dott. Giuseppe De Natale, esclude invece che oggi sia possibile definire i tempi di ritorno di un’eruzione di qualsivoglia tipologia eruttiva; regola che vale per tutti i vulcani in generale ma in particolare per le eruzioni pliniane del Vesuvio. Quelle a noi note infatti, sono in numero talmente esiguo che qualunque analisi statistica ha una significatività estremamente bassa.

Allora, cosa c’è dietro alle politiche di protezione civile applicate agli ambiti territoriali del vesuviano e del flegreo per quanto ci riguarda e abbastanza chiaro, e lo si poteva intuire partecipando al convegno tenutosi nella prestigiosa sede del castello Angioino di Napoli il 29 giugno 2015. Per tutti coloro che si sono persi l’importante dibattito, c’è la possibilità di riascoltare gli esperti attraverso i programmi di radio radicale, a cui va il merito di garantire una puntuale informazione sull’argomento.

Ebbene, secondo le filosofie del Prof. Edoardo Cosenza, figura preminente dell’ultimo quinquennio della protezione civile regionale e nazionale, non si tutelano le persone allargando la zona rossa, ma al contrario bisogna restringerla secondo logiche ottimali; così i falsi allarmi che sono una concreta possibilità in questo campo minato della previsione vulcanica, diventerebbero gestibili riducendo al minimo i rischi intrinsechi allo spostamento delle masse. Il professore chiarisce poi, che bisogna tenere presente gli intervalli legati alla frequenza delle catastrofi, cioè i tempi di ritorno, e su quelli concentrare le politiche di protezione civile e non già sull’evento peggiore che si conosce. Se per esempio volessimo prendere in esame il massimo evento di riferimento nel campo della geologia, aggiunge, dovremmo partire dal super continente iniziale e dalla deriva dei continenti; come eventi massimi poi, apocalisse, estinzione dei dinosauri e diluvio universale, soprattutto per coloro che non si chiamano Noè

Il richiamo a Noè ci torna utile quale esempio di azzeccatissima previsione delle catastrofi… Tra l’altro la previsione proprio perché prevede un fenomeno che ancora non c’è, invisibile e impercettibile, richiede da parte dei destinatari del messaggio premonitore un’assunzione di fede per non vanificare l’efficacia dell’anteprima informativa. La fede laica invece, riguarda la fiducia nelle istituzioni…

L’esempio di Noè si presta bene anche per far capire l’importanza dell’informazione. L’altissimo proprio per bonificare l’ambiente terrestre dai peccatori, rese noto al solo patriarca la previsione del diluvio: non diffondendo quindi la notizia dell’approssimarsi della catastrofe, gli impuri e i corrotti vennero travolti dalle acque.

Le teorie del Prof. Cosenza diciamola tutta non sono il massimo della garanzia ma trovano applicazione nelle situazioni estreme, altrimenti dette da ultima spiaggia… Quindi, diamo per scontato che c’è una condizione critica nel vesuviano, dettata da una miscela comprendente un vulcano esplosivo, previsione incerta del fenomeno, prevenzione zero e 700.000 abitanti arroccati sulla bomba.  Le condizioni estreme oggettivamente sussistono e ci sono tutte… Ma tutti sono inermi al capezzale della prevenzione che nessuno tenta di rianimare.

Il Prof. Cosenza espone poi un altro dato che si collega alla faccenda rischio: le chances che ha la popolazione vesuviana sono racchiuse in una matrice due per due. Cioè, possiamo avere un’evacuazione senza eruzione. Un’evacuazione con eruzione. Un’eruzione con evacuazione. Un’eruzione senza evacuazione. A nostro avviso manca una quinta possibilità dettata proprio dall’incognita VEI (Indice di Esplosività Vulcanica): infatti, un’eruzione al rialzo fuori dalla scala statistica delle probabilità, cioè una pliniana, diverrebbe anche con l’evacuazione preventiva una catastrofe, perché i territori investiti dai flussi piroclastici, sarebbero in questo caso ben più estesi di quelli evacuati. Diciamo allora che l’assunto adottato dal dipartimento della protezione civile e dalla Regione Campania, comporta, nel caso dovesse verificarsi un’eruzione pliniana, il totale fallimento del piano d’emergenza, a prescindere se il fenomeno eruttivo viene previsto o non previsto all’insorgere. Su tutto poi, manca l’informazione corretta e puntuale come strumento attivo di prevenzione del rischio vulcanico…

In tutte queste disquisizioni il grande assente come accennavamo in precedenza è la prevenzione delle catastrofi. La prevenzione è sinteticamente parlando una sorta di surrogato della previsione. Cioè, se non si riesce a prevedere il fenomeno distruttivo, è possibile almeno mitigarne gli effetti attraverso misure adeguate che nel nostro caso possono avere un’incidenza utile abbassando drasticamente il numero degli abitanti esposti al pericolo e contemporaneamente conformando un piano d’emergenza e d’evacuazione particolarmente efficace. Ritornando a uno dei principi descritti dall’Ing. Cosenza, cioè che le zone rosse devono essere ristrette quando la misura abitativa è grande e sussiste il problema dei falsi allarmi, potremmo intanto sottolineare che la formula inversa apre spiragli, cioè restringendo il fattore (numero) abitanti, si potrebbe allargare la zona rossa Vesuvio.

Per avere un quadro della realtà si guardino le figure sottostanti : la A evidenzia Il cerchio che  rappresenta la linea nera Gurioli, che è quella che delimita in senso deterministico i limiti d’invasione dei flussi piroclastici unicamente per eruzioni di tipo sub pliniano o inferiore. All’interno della linea nera Gurioli ricade poi la vera zona rossa che non consente nuovo edificato a uso abitativo. Appena oltre però si può costruire, come sanno perfettamente molti comuni ai confini della black line che nicchiano: in primis Poggiomarino, Scafati e Napoli…

La figura B invece, rappresenta il limite diciamo pliniano di scorrimento dei flussi piroclastici. Ora, se sovrapponiamo la situazione attuale (A) all’interno del cerchio pliniano (B), avremo la condizione di figura C che mostra tematicamente la prospettiva futura. Una situazione per niente rassicurante, perché si continua ad ammassare palazzi e persone all’interno di quel settore che verrebbe letteralmente travolto da un’eruzione pliniana, che nessun scienziato al mondo già oggi può escludere.

 

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La mancata prevenzione delle catastrofi come vedete, allora ha parecchi attori tutti protagonisti, provenienti sia dal mondo amministrativo che tecnico e politico e anche scientifico. Tutti recitano una parte, la stessa parte. Offrendo scenari eruttivi statistici con pochi numeri in colonna, si da corso a una pratica che serve solo agli ingiustificabili per non dare conto ai cittadini, tra l’altro distratti, circa le responsabilità del caos urbanistico che regna sovrano in un’area segnata da agglomerati urbani che gravano sul vulcano dal carattere esplosivo.

Nelle conferenze a venire chiedete pure ai protagonisti della protezione civile cosa si è fatto nel campo della prevenzione delle catastrofi vulcaniche; e al mondo scientifico chiedete tra quanti anni riterrà che un’eruzione pliniana possa ritornare nelle possibilità eruttive di cui tenerne conto… e agli esperti di politica e di politiche del territorio, chiedete quale condizione urbanistica erediteranno i posteri vesuviani, visto che la futura zona rossa dovrà essere necessariamente allargata, da questa generazione o comunque dall’altra.  Il business sta divorando tutto, compreso la sicurezza dei cittadini che in qualche caso aggirano le regole che sono anche di salvaguardia attraverso l’abusivismo edilizio che non può essere di necessità perchè non è a costo zero. Nessun Tribunale potrà condonare gli abusi in zona rossa senza garanzie di sicurezza e piani d’emergenza adeguati: solo il cinismo della politica potrà farlo.

Al Prof. Cosenza bisogna poi annotare chiudendo, che non si vuole scendere ai primordi della nascita del Pianeta per indicare l’evento massimo da cui difendersi:  i riferimento ce li danno i resti umani  di Ercolano e Pompei che sono ancora lì riversi al suolo sotto forma di scheletri e volumi, quali prede inermi della nube ardente che duemila anni fa precipitò dalle pendici del Vesuvio avvolgendoli… Ecco: sono i poveri resti che ancora impietosiscono i visitatori a fissare i limiti temporali di riferimento delle catastrofi che ancora oggi dovremmo tenere in debito conto…

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