“Rischio Vesuvio: quale difesa?” di MalKo

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Il 31 luglio 2014  in consiglio regionale (Campania), tra le frange di un’area politica vicina al presidente Caldoro, si battevano pacche sulle spalle per l’approvazione del maxiemendamento contenente varie norme tra cui quelle che consentono di riattare anche i ruderi ubicati in zona rossa Vesuvio, oppure di realizzare sottotetti per difendersi dalle inclemenze termiche… Nel contestato panorama pro cemento, dobbiamo  inserirci anche norme di condono edilizio con riapertura dei termini di sanatoria. Secondo il nostro punto di vista non è possibile concedere condoni in una zona definita e classificata dallo stesso Stato ad altissimo rischio per la vita umana. Ci appare anche illogico vantare diritti su domande e progetti presentati prima dell’entrata in vigore della legge regionale 21 del 2003 a proposito dell’inedificabilità in zona rossa. Sarebbe come pretendere di utilizzare ancora lastre di amianto per le coperture se il progetto che ne prevede l’uso risale a una data antecedente la comprovata cancerogenicità del prodotto. Che ragionamento…

Gli allarmi Vesuvio che provengono prevalentemente dall’estero o da qualche ricercatore nostrano non allineato, non incutono particolari timori, perché il mondo scientifico istituzionale dichiara che i segnali premonitori di una possibile eruzione del Vesuvio si coglieranno mesi prima dall’efficiente rete di sorveglianza dell’Osservatorio Vesuviano. Il motto è: non è possibile che il Vesuvio ci colga di sorpresa! Con queste premesse, più che un piano di evacuazione dalla portata biblica intravediamo come difesa un piano di mobilità extraurbana in giacca e cravatta e borsa frigorifero e bambini frignanti al seguito.

Per capire meglio questo ottimismo tutt’altro che sottaciuto e sciogliere qualche nodo, dobbiamo rifarci a una clausola dei piani di emergenza: i cittadini possono lasciare la zona rossa già nella fase di preallarme, detta anche di esodo volontario. Quindi, in teoria, nel momento in cui si passerebbe dalla fase di attenzione a quella di preallarme, chi ha magione altrove può già allontanarsi. Su questa possibilità gli strateghi della quadratura del cerchio contano moltissimo, perché il numero di seconde case è cospicuo come le possibilità di alloggio presso parenti ed amici. Sfoltita la zona rossa allora e, dato importante, senza diramare allarmi, si potrà attendere con maggiore calma l’incedere degli avvenimenti e allontanare la restante parte della popolazione e dei soccorritori a prodromi incalzanti entro il famoso margine delle 72 ore.

In realtà se si coglieranno come dicono i sintomi pre eruttivi già mesi prima dell’evento, la patata bollente dovrà passare al dipartimento della protezione civile, che dovrà poi gestire i tempi e interpretare i dati con il determinante apporto della Commissione Grandi Rischi (CGR) e l’appoggio come centro di competenza dell’Osservatorio Vesuviano e probabilmente con la partecipazione di luminari della scuola pisana.

In questi frangenti la politica dovrà poi decidere al tavolo di crisi quando diramare l’allarme. I rischi connessi alla diffusione di tale segnale possono sortire tre effetti: un allarme evacuazione senza eruzione; un colpevole ritardo con popolazione in loco ed eruzione in corso; oppure, come si auspica, una previsione attendibile e utile per una corretta gestione dell’evacuazione, sfruttando il massimo intervallo temporale possibile tra certezza di previsione ed evento. Una siffatta precisione potrebbe essere solo figlia dell’esperienza che nessuno ha. L’ultima eruzione infatti, si è verificata 70 anni fa…

La differenza decisionale la farà, dicevamo, anche questa famosa commissione (CGR) rappresentata qualche anno addietro da esperti che a ottobre dovranno ritornare sul banco degli imputati al tribunale dell’Aquila. L’accenno non è provocatorio. Si dovrà ridiscutere di una storica condanna a sei anni di reclusione, secondo l’accusa, per avere eccessivamente rassicurato la popolazione aquilana una settimana prima del funesto terremoto che colpì la cittadina abruzzese il 6 aprile 2009.

La commissione grandi rischi dicono che recentemente non rischi fornendo indicazioni sui pericoli, in attesa che il tribunale dell’Aquila faccia ammenda sulla sentenza di primo grado. I successi del dipartimento della protezione civile sono legati nell’odierno soprattutto allo scafo della costa Concordia. Essendo vuoto però, non rappresenta un grande  rischio per la vita umana.

Parlare di questa delicata faccenda giudiziaria dell’Aquila è un po’ avvilente, perché in realtà il principale accusato è un sistema di strapotere made in Bertolaso che in quegli anni faceva il buono e il cattivo tempo. In nome del potere si facevano e si disfacevano molte cose a seconda delle esigenze mediatiche. Oggi ci si tira indietro dalle responsabilità di quegli anni che in prima battuta sono di appartenenza… appartenenza a un sistema bacato, che all’epoca però, nessuno ha mai avuto il coraggio di denunciare o sottrarsene.

Il 31 marzo 2009 all’Aquila il guaio pare che lo combinò De Bernardinis, e la sua voglia di menar le mani per compiacere il capo e schiacciare a chiacchiere l’imbecille locale e le sue previsioni al radon. Enzo Boschi forse è stata la vittima più illustre del sistema B&B. Abbiamo letto con attenzione e amarezza la sua lettera in cui riferisce della lunghezza di serate una volta cortissime… Attendiamo l’appello e soprattutto cosa verrà fuori dal troncone Bertolaso prima di voltare pagina.

Ritornando alla recentissima approvazione a cura della Regione Campania del maxiemendamento pro cemento, dobbiamo notare che il disposto è la prova provata che il rischio Vesuvio non palesandosi come pericolo di fatto non viene considerato materia di interventi preventivi. Un consigliere comunale pro Caldoro, addirittura e a proposito dei contestatori politici dell’opposizione, nella sostanza pare abbia detto detto: << o si dimostri scientificamente che il rischio Vesuvio esiste o si lasci impastare in santa pace il cemento restauratore e ristoratore…>>.

Il pressapochismo con cui è stata trattata fin qui la materia rischio Vesuvio e piani di evacuazione è tutta racchiusa nella confortante previsione di un’eruzione preventivabile a mesi. L’interesse allora, si è tutto concentrato sulla parte scientifica che aiuta tantissimo con queste salutari e comodissime previsioni che tra l’altro nessuno esclude che possano risultare verosimili in futuro. Per decenni il piano di evacuazione è stato obliato a tutto vantaggio del piano di emergenza costituito prevalentemente dal corposo trattato scientifico. Il valore statistico in questo caso è stato assunto come valore matematico, sia per quanto riguarda gli scenari di rischio (VEI 3 – 4)  che quelli di previsione temporale e corta del fenomeno. Quello che poi sussurrano tra i denti, della serie: qui lo dico e qui lo nego! E’ che la popolazione vesuviana se ne andrà via comunque e spontaneamente e senza nessuna soluzione di continuità, già all’inizio dei prodromi pre eruttivi, a iniziare da quelli sismici e a prescindere da quale fase operativa verrà sancita dalle autorità competenti a cui nessuno baderà, sulla scorta di una assoluta sfiducia nelle istituzioni in senso generale.

A guardare il Vesuvio nessuno dei nostri cinque sensi coglie segnali di pericolo. Anzi: la pace del monte, la sua vegetazione e i suoi colori e i suoi splendidi frutti vanno esattamente nella direzione opposta. L’assenza di segnali percepibili non desta allarmi nei vesuviani, che risultano un po’ annoiati e un po’ divertiti da questa stampa esterofila che terrorizza. Tutta pubblicità dicono…

La chiave di volta di una certa indifferenza è poi data dai bisogni della popolazione che, soprattutto nell’attuale condizione di crisi economica, vuole a tutti i costi utilizzare per scopi abitativi per se e per i figli, ciò che ha nelle immediate disponibilità: ruderi, tetti e terreni. La filosofia regnante, è quella di distinguere l’oggi dal domani…

Da buon testimone però, vi dico che basta qualche evento sismico appena ripetuto e avvertito dalla popolazione, come successe nel 1999 con un terremoto di origine vulcanica di 3,6 della scala Richter, che le orecchie dei vesuviani si drizzano a dismisura così come le narici che si allargano immediatamente a carpir ossigeno…

Se noi accettassimo davvero il concetto che non sempre si riescono a cogliere i sintomi pre eruttivi con largo anticipo, saremmo costretti a mettere in campo politiche decisamente restrittive che comportano il blocco dell’edilizia e il varo di misure atte a delocalizzare sul serio gli abitanti. I ruderi non si riatterebbero ma si demolirebbero; I sottotetti non potrebbero avere altezze da abitabilità; niente più condoni; massicci abbattimenti dei manufatti abusivi ricadenti in zona rossa; reticoli viari di emergenza e non di sviluppo. E ancora censimenti vari che lascino emergere in chiaro i domicili e le residenze e il numero di stranieri dimoranti in loco… la visione del futuro poi, dovrebbe inquadrarsi per le generazioni future soprattutto al di là del perimetro a rischio. Lo sviluppo sostenibile dovrebbe concretizzarsi secondo le necessità del piano di emergenza e non viceversa e così via…

Tristezze certo, ma l’incedere dei mesi e poi degli anni e poi dei secoli porta al passaggio generazionale nelle statistiche da rischio pliniana o da cigno nero come dir si voglia.

Dobbiamo difenderci dal rischio Vesuvio tenendo in debito conto i tempi di previsione valutati a mesi o a giorni? Nessuno lo sa! Nessuno… Il problema sarà l’interpretazione dei segnali e il loro trend; da qui le decisioni della politica che dovrà assumersi l’onere dello start.

Tecnicamente parlando probabilmente le fasi operative del piano Vesuvio diventeranno di fatto 3 e non 4. Un risveglio del vulcano ci porterebbe da un livello base a una fase di attenzione e poi di allarme senza quel passaggio intermedio (preallarme) in cui sperano gli strateghi del cerchio, che vogliono far quadrare sviluppo, business, sicurezza, efficienza, scienza, organizzazione, esigenze della politica e responsabilità istituzionale in un contesto sociale disordinato, disincantato, e da tempo poco avvezzo alle regole soprattutto per la mancanza di buoni esempi da seguire.

Il Dipartimento della Protezione civile e l’ufficio equivalente regionale coordinato dal Prof. Edoardo Cosenza, devono tenere in debito conto questi fattori tutt’altro che trascurabili, senza sposare formule semplicistiche come se le settecentomila persone (pedine) fossero lì in loco ad attendere placidamente e con fiducia di essere mosse dal professore. Nella prima stesura del piano di emergenza (1995) gli strateghi optarono per un’evacuazione del settore litoraneo via treno. In quel di Portici valutammo subito l’assurdità di tale decisione che vedeva un concentramento della mobilità evacuativa su di una linea ferroviaria Fs che rasenta ancora oggi e per chilometri palazzi del settecento, che portano ancora i segni del terremoto dell’80. Oggi la linea ferroviaria Napoli – Salerno è interrotta da mesi per un crollo di un muro sui binari, appartenente appunto a uno di questi vetusti fabbricati storici, da dove allungando la mano è possibile addirittura accarezzare il treno…

Le amministrazioni comunali non si scervellano per trovare soluzione ai fattori di rischio bensì a quelli del cemento. Tra i tanti l’attualità ci consegna Terzigno, (Ter Ignis, perché distrutta tre volte dal fuoco del Vesuvio), che vuole subito ridiscutere i condoni edilizi (3000 pratiche in attesa), in quanto ha tra i fardelli dell’abuso il carico più grande. Ci si chiede se questo peso abbia invogliato le autorità locali ad autorizzare qualche anno fa la discarica dei rifiuti made B&B sulle colline circostanti, che la leggenda vuole siano state addirittura care a Bacco…

Il premier Matteo Renzi, dovrebbe far recuperare credibilità istituzionale in queste zone, incominciando con l’aprire un’inchiesta sullo sproporzionato numero di abusi edilizi che segnano un territorio a rischio. Incominci poi a sospendere alcune norme del maxiemendamento, a iniziare dai condoni e da qualsiasi altra iniziativa che comporti un aumento del numero di residenti. Se non per abitarci per quale motivo si ristrutturebbero i ruderi? Per sicurezza si possono più facilmente abbattere… Prima di qualsiasi condono è necessario che si  ufficializzi uno straccio di piano di evacuazione, secondo quelle regole che prevedono la sicurezza come uno dei diritti fondamentali dell’uomo, un diritto che forse dovrebbe valere anche nella terra dei speriamo che me la cavo

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